Che uomo, Benedetto Croce. Dalle lettere raccolte in “Perdersi negli altri e nelle cose” (Adelphi) si conferma, prima ancora del filosofo, dello storico, del liberale, l’uomo: il grande uomo. Garbato con tutti, potenti e sconosciuti, risponde a ogni mittente: perfino, con parole perfette, alla tredicenne Natalia Ginzburg che gli aveva mandato delle poesiole. Sollecito con i deboli, è forte con i forti: leggasi l’imperiosa missiva spedita, da ministro, al presidente del consiglio Giolitti. Nobilissima la risposta all’ignobile accademico che nel 1938 gli chiedeva una dichiarazione di arianesimo, sognando di costringerlo “all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata”.Notevole la risposta a Nenni che nel 1946 voleva candidarlo alla presidenza della repubblica, con elezione sicura (Croce fra l’altro era monarchico, e nella giornata odierna è ancora più bello ricordarlo). Stupenda la lettera all’amico Einaudi, allora presidente della repubblica, che stava per firmare la sua nomina a senatore a vita: “Dovrei accettarla dunque come un’onorificenza grandiosa, che carezzerebbe una grandiosa vanità”. Non accettò, quel gigante. Evitino di leggere questo libro gli attuali senatori a vita, gli attuali politici, gli attuali filosofi: si vedrebbero molto rimpiccioliti.
Benedetto Croce: il grande uomo
Stupenda la lettera all’amico Einaudi, allora presidente della repubblica, che stava per firmare la sua nomina a senatore a vita. Evitino di leggere la raccolta delle sue missive gli attuali detentori della carica vitalizia, gli attuali politici, gli attuali filosofi: si vedrebbero molto rimpiccioliti








