Benché tutta la sua filosofia tenga a tenere distinti vita e filosofare (ma con la consapevolezza che, alla fine, tutto quel filosofare se non incontra la vita non è niente e che se la vita prescinde da quel filosofare diventa vana), Benedetto Croce ha lasciato nella propria opera importanti tracce autobiografiche, tanto più fitte, ovviamente, nei diari e nelle lettere. Da queste ultime viene ora estratto un agile corpus in scala, da assegnarsi più ancora che al genere «Vita attraverso le lettere» al più specifico «Profilo intellettuale attraverso le lettere», Perdersi negli altri e nelle cose (nella «Piccola Biblioteca» Adelphi, pp. 214, € 14,00), dove essenziali per la ricostruzione del percorso sono le informazioni – tessuto connettivo dell’insieme – raggruppate in coda a ciascuna lettera, con mano sicura, dal curatore Emanuele Cutinelli-Rendina.
Il genio di Croce era più versatile di quanto il filosofo stesso non intendesse dare a credere, ma con un’accurata misurazione dei propri limiti, come sottolineato – esempio eminente – in una lettera a Pietro Nenni del 25 giugno 1946, declinando l’invito a essere candidato alla Presidenza della neonata Repubblica: «Preg.mo amico, La fiducia che la direzione del Partito socialista italiano ha voluto attestare alla mia persona, mi ha indotto a rinnovare un esame di coscienza che più volte, in casi simili, avevo fatto e che aveva avuto costantemente la stessa conclusione. | Io, com’Ella sa, ho speso la vita negli studi; e sebbene da tre anni in qua, per dovere di cittadino, abbia prestato opera nella politica, ho sempre badato a tenerla nei confini di quel che so e posso onestamente fare in relazione alla mia capacità e alle mie forze. Ma l’ufficio al quale mi si vorrebbe ora chiamare esce troppo da questi limiti e mi fa gravemente sentire l’inadeguatezza ad esercitarlo». La nota del curatore contestualizza con parole stesse di Croce, dai diari: «Oggi, dovrebbero venire Pertini e Silone a portarmi la lettera che chiede il mio consenso alla candidatura (…). E io ho approntato la risposta, che è, naturalmente, un cortese rifiuto. (…) io mi conosco e so quel che posso e quel che non posso; e so anche che sarebbe da parte mia quanto sciocco altrettanto sconveniente pensare di poter salvare l’Italia dalle terribili conseguenze della disfatta provocata dal fascismo, facendo giocare il mio qualsiasi prestigio di uomo di studii e di scienza». Non si farà ovvia ironia sul presente, a proposito dell’«io mi conosco e so quel che posso e quel che non posso»; si osserverà invece come ciò non impedisca a Croce un paio di giorni dopo di annotare, quasi andando a cercare motivazioni esterne e pubbliche da affiancare a quelle interiori e private: «La Democrazia cristiana mi è contraria, perché, asini come sono e sfacciati, strepitano che io sono un filosofo ateo e che a Roma c’è il vicario di Cristo. Io, veramente, avendo sicuri i voti concordi dei socialisti, comunisti, liberali e di altre frazioni democratiche, potrei con sicurezza di vittoria affrontare la lotta; tanto più che i democristiani sono così cauti e paurosi che non oserebbero intraprendere una opposizione che avrebbe contraria la grande maggioranza dell’opinione italiana. E dare una lezione a cotesti insatiriti clericali mi piacerebbe. Ma non posso: proprio non mi sento adeguato e adatto a quel posto, dove mi consumerei per il male che non potrei evitare, per il bene che non sarei in grado di fare».







