Nelle ventiquattr’ore trascorse tra la notizia della morte di Dolly Parton e il momento in cui mi metto a scrivere quest’articolo, ho pensato moltissimo a Nanni Moretti. Per spiegare perché, bisognerà dire due cose di Dolly Parton, casomai tra ieri e oggi non vi fossero capitate sott’occhio le rievocazioni di una che probabilmente non avevate mai sentito nominare ma che in America era enormemente famosa e noi siamo pur sempre una colonia.
Dolly Parton era il prodotto d’un mondo che non esiste più, uno in cui per prendere l’ascensore sociale dai piani più bassi ci volevano speciali dosi di tigna e talento, non bastava un telefono con la telecamera e la botta di culo di beccare l’alta marea dell’algoritmo.
Cresciuta senz’acqua corrente e con undici fratelli e un padre che faceva lavori di fatica per campare la famiglia, Dolly Parton era stata d’un tipo di povertà che oggi non entra nel nostro sguardo, e se ci entra facciamo di tutto per rimuoverla: perché credete che la politica e i giornali si comportino come se i fattorini che ci portano il sushi fossero i più sfortunati del mondo? Perché sono gli unici sfortunati che ci serve incontrare, e non vogliamo sentirci in colpa mentre addentiamo nigiri. Se stanno peggio quelli del caporalato nei campi, non è un problema del nostro sguardo.










