La ameremo per sempre, e non ci sarà mai un’altra come lei. Questa artista che negli anni sessanta è emersa dalla profonda povertà rurale per diventare non solo un’interprete e autrice di canzoni straordinariamente talentuosa, ma anche filantropa, umanista, umorista. E ha dimostrato in un certo senso che molte cose spesso considerate opposte possono convivere, soprattutto se si era come lei. Semplice e brillante, femminista e femminile, adornata di lustrini e generosa, country e cosmopolita, divertente e piena di sentimento.
Nelle sue canzoni, nelle interviste e in 9 to 5, il film sulle molestie sessuali sul posto di lavoro in cui ha recitato al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin, si è dimostrata una femminista di tutto rispetto. Del resto lo era fin dai tempi di canzoni come Just because i’m a woman del 1968, il cui testo recitava: “My mistakes are no worse than yours / just because i’m a woman”, i miei errori non sono peggiori dei tuoi, solo perché sono una donna.
Quando ho letto il primo articolo sulla morte di Dolly Parton, diceva che aveva ottant’anni. E mi ha sconvolto pensare che avesse la stessa età di Donald Trump, perché era in tutto e per tutto l’esatto contrario, in modo assoluto, profondo e magnifico. Nata in condizioni di estrema povertà nella campagna del Tennessee, Parton si era fatta strada da sola grazie a un talento straordinario e a un’ambizione che sembrano non essersi mai separati dalla gentilezza e dai princìpi. Nato in una famiglia molto ricca, Trump è stato aiutato fino alla mezza età dal padre, Fred Trump, e poi dall’eredità ricevuta da quel magnate immobiliare razzista. Ha imparato un particolare tipo di spietatezza e mancanza di scrupoli da Fred e dal braccio destro di Joe McCarthy, Roy Cohn, mentre inciampava, falliva, truffava, mentiva, intentava cause legali, ripreso più e più volte da Fred.










