La chiamavano «la regina del country», certo. Ma anche «la farfalla di ferro», per sottolineare il suo carattere. E «l’usignuolo delle Smoky mountains» per richiamare le sue origini nel Tennessee. E pure «la Barbie dei boschi» perché era bionda, maggiorata, di umili origini. Ma per tutti in America era semplicemente Dolly, Dolly Parton, da Locust Rudge, quarta di dodici figli, famiglia povera come ha cantato in una delle sue più note, e belle, canzoni, «Coat of many colours». Famiglia religiosa, pentecostale, un nonno predicatore, a spiegare la tendenza allo spiritual del suo canto contadino. Dolly per tutti, c’è persino un parco giochi che porta il suo nome ed è dedicato al suo culto, Dollywood naturalmente, a Pigeon Force, nel suo Tennessee, due milioni di visitatori all’anno dicono. Dolly se n’è andata a 80 anni, li aveva compiuti il 14 gennaio scorso. È morta a Nashville, naturalmente, e dove altro poteva scomparire la regina del country? Non stava bene, l’anno scorso aveva cancellato vari spettacoli e una residenza a Las Vegas. La morte del marito Carl Dean era stato per lei un brutto colpo: si erano conosciuti nel ‘64, sposati due anni dopo e mai lasciati.

Dolly Parton, morta la cantante country e attrice: aveva 80 anni. Dalle origini povere al mito «Si può essere una donna forte anche con il rossetto acceso e un cuore gentile», reclamava lei, cantautrice, attrice, imprenditrice, icona culturale e sociale, figlia del popolo, fiera delle sue origini umili, protofemminista degli Appalachi. Voce cristallina, seno imponente, abiti sgargianti, cento milioni e passa di dischi venduti, tremila e passa canzoni scritte (e riprese da Tina Turner, Norah Jones, i White Stripes, Merle Haggard, RuPaul...), venticinque mandate al primo posto nella classifica country, 49 album finiti in cima alla stessa. Da «Jolene», in cui implorava una donna di non prendersi il suo uomo, a «I will always love you» poi rilanciata da Whitney Houston, con voce da soprano ha raccontato le tipiche storie country: amore, morte, famiglia, tradimento, povertà, riscatto, orgoglio e pregiudizio. Non volle essere premiata, né da Biden, nè tantomeno da Trump, voleva essere di tutti, «ma se non fossi stata la country queen avrei fatto la drag queen», ripeteva orgogliosa. Bandiere a mezz’asta per una settimana in segno di lutto ha deciso ieri l’attuale presidente degli Stati Uniti, a lei certo non caro. Ma «c'è qualcosa su cui andiamo tutti d'accordo?» si era chiesto nel 2019 il «New York Times». E «Dolly Parton» era stata la risposta. L’esordio in chiesa, le esibizioni da bambina al Grand Ole Opry, dove Johnny Cash la benedì: «Non fermarti mai. La tua voce può andare lontano». Come sempre The Man in Black aveva ragione. «Hello, I'm Dolly», si presentò al pubblico nel 1967 con l’lp d’esordio, poi fece subito coppia con Porter Wagoner, che la portò con sé in tv e in studio di registrazione. Ma la dimensione del duo le stava stretta, aveva bisogno di libertà per intonare «Love is like a butterfly», «The bargain store», «Joshua».Come tanti nel suo settore ha avuto momenti più pop (si pensi a «Here you came again» del 1977), persino una sbornia disco music, ma poi è tornata ad far brillare la sua ugola sul languido accompagnamento di una steel guitar, andando anche a riprendersi il bluegrass e l’old time music con album come «The grass is blue» (1999), «Little Sparrow» (2001) e «Halos & horns» (2002), ma soprattutto, e ancor prima, «Trio», diviso nel 1987 con Emmylou Harris e Linda Ronstadt, con cui bissò l’operazione nel 1999, dopo un altro terzetto, quello di «Honky tonk agels» con Loretta Lynn e Tammy Wynette. Ha cantato tanto (anche «Stairway to heaven» dei Led Zeppelin, anche «Imagine» di Joh Lennon), con tanti. Ha vinto premi, Grammy, è stata ammessa in tutte le «hall of fame» possibili: quella country, quella rock, quella degli autori. Il suo talento era chiaro, indiscutibile, ineludibile, come la sua sfacciata voglia di protagonismo. Elvis Presley voleva incidere «I will always love you», ne aveva capito la portata, ma non se ne fece niente perché Dolly del canto profondo non volle cedergli fette dei diritti d’autore. L’avvento del «contemporary country» non la pensionò, e non solo perché lei aveva diversificato la sua avventura, facendosi anche attrice: il suo maggior successo resta «Dalle 9 alle 5... orario continuato» con Jane Fonda e il singolo «9 to 5», ma si fece valere anche in «Il più bel casino del Texas» (1982), «Jack colpo di fulmine» (1984), «Nick lo scatenato» (1984) e «Fiori d'acciaio». Country kitsch o country chic per lei non faceva differenza, con ironia la signora Parton ha sfruttato e trasceso gli stereotipi dell’universo rurale, spesso conservatore e anche peggio. Ha fatto l’oca come la nostra Sandra Milo, ma tutto era tranne che la stupidina bionda di «Dumb blonde»: «Ho creato tutto questo e ci ho giocato sopra: il trucco, l'intero personaggio», spiegò una volta, ammettendo chirurgia plastica, gag e «dollysmi». «Ma non sono solo questo e spero che la gente capisca che sotto i capelli c'è un cervello, sotto le tette c'è un cuore e sotto tutto il resto c'è il talento»: come darle torto?