«Al Museo del Risorgimento cresce il pubblico e si amplia il racconto della storia»: numeri della biglietteria alla mano, il direttore Alessandro Bollo conferma la passione degli italiani per gli anni che hanno visto formarsi il nostro Paese, e annuncia la riapertura straordinaria del Parlamento Subalpino e la mostra d’autunno dedicata al cibo dell’epoca come fine e mezzo per la narrazione. «Nei primi sei mesi c’è stato un incremento del visitatori di quasi il 30% rispetto allo stesso periodo del 2025». Tradotto: 113 mila ingressi. Come se lo spiega? «Il museo è sempre più presente nella geografia dei luoghi culturali. E anche le iniziative esterne, che mantengono il legame con il pubblico anche in estate, ci hanno aiutato». Qual è la strategia? «Uscire, in senso progettuale e metaforico, dalle mura del museo. Aumentare le occasioni per incontrare la cultura, l’arte e la storia». Concretamente? «Ad esempio con il cartellone di eventi “Sotto ai portici” in piazza Carlo Alberto: si può giocare a scacchi oppure cimentarsi con “il gioco dell’oca risorgimentale”. Sono attività che attivano una relazione con il luogo, generano curiosità, innescando un circolo virtuoso che porta al museo i bambini, poi i genitori, gli amici...». Quest’anno ci sono anche i “manifesti aumentati”: qual è il riscontro? «Li abbiamo allestiti in via Po: le immagini del Risorgimento sono accompagnate da una musica e un testo che si attiva attraverso il cellulare. In molti hanno scaricato gli audio. È un modo diverso di utilizzare la storia per interpretare il presente. Studiare il Risorgimento aiuta a capire come fatti avvenuti 150 o 200 anni fa coinvolgano temi, valori e questioni ancora attuali». Si è parlato di una “svolta pop”: è premiante? «Sì, utilizzare un immaginario e un linguaggio contemporanei fidelizza soprattutto i più giovani, il nostro target preferito, ma anche il più complicato: non a caso anche la mostra attualmente in corso è dedicata al gioco. L’obiettivo è fare in modo che il Risorgimento e la sua storia non siano soltanto un elenco di date e fatti, ma anche strumento per mettere in relazione passato e presente dal punto di vista sociale, culturale e artistico». Il rapporto tra le scuole e il Museo è cambiato? Come? «Didattica e attività educative sono sempre più innovative. Ci lavorano quasi 30 persone, i nostri mediatori, che sono giovani storici e organizzano laboratori tematici e visite guidate. La relazione è sempre più coinvolgente». Qual è il pubblico su cui lavorare, quello che può ancora crescere? «Sono i turisti, italiani e stranieri. Negli ultimi anni la città è sempre più richiesta e frequentata. La sfida è riuscire a inserire il Risorgimento tra le mete culturali imperdibili. Siamo in un palazzo meraviglioso e raccontiamo una storia importante, la nascita del nostro Paese». L’apertura del museo per eventi e occasioni diverse dalla semplice visita (matrimoni, presentazioni di libri, salone del vino, celebrazioni) aiuta? «Sì. Da un lato gli eventi sono una fonte di entrata e quindi contribuiscono alla sostenibilità del Museo. Dall’altro portano persone che arrivano per un motivo completamente diverso: un convegno, un’attività aziendale, un team building o una cena di gala. La maggior parte delle volte ritornano». Quali i personaggi o cimeli risorgimentali che più affascinano? «I protagonisti dell’Ottocento sono ancora molto presenti nell’immaginario: Garibaldi, Cavour, Mazzini. Ma piace anche il racconto dell’Italia passata, in pochi decenni, da un territorio frammentato, diviso in sette Stati diversi, alla realizzazione di un’utopia: l’idea di una patria prima immaginata, poi ricercata, che diventata nazione e infine Stato. Molti poi sono attratti dal Parlamento Subalpino, che riapriremo nella settimana delle Atp». Quale sarà la grande mostra d’autunno? «Si chiamerà “A tavola. Cibo, cucina e gusto nell’Italia del Risorgimento” e inaugurerà il 20 ottobre, con la curatela di Arianna Porciani. Illustrerà come la cucina sia stata attraversata dal processo di unificazione. Il racconto della cucina diventa anche un racconto della lingua, dei territori, del modo in cui mangiavano gli italiani. Si parlerà della nascita dei ristoranti e dei caffè, coinvolgendo luoghi iconici di Torino. E ci saranno iniziative culinarie, con grandi nomi e ricette dell’epoca. Tra gli ospiti anche Alessandro Barbero».