I primi, non troppo interessati alla politica, tendono a marciare uniti e ad affidarsi a un leader; i secondi, più ideologici, sono propensi a dividersi e amano di meno la leadership. Il blocco di voti di destra si era sgretolato per qualche anno dopo il collasso del berlusconismo, come mostrano i risultati delle elezioni politiche del 2013 e 2018, ma già con le europee del 2019 è tornato vicino al 50 per cento. Tenendo alto il consenso a Fratelli d’Italia, una frazione consistente di quel blocco conserva per il momento Meloni al centro del sistema politico nazionale. Eppure, la coalizione di governo resta fragile. Il partito della presidente del Consiglio non sa pensarsi egemone, figuriamoci comportarsi da egemone. Poiché stiamo parlando di una forza politica creata dai reduci di una cultura che aveva trasformato la marginalità in identità, quest’incapacità era prevedibile. Ma non per questo è meno grave. Tanto più che un quadro europeo e internazionale assai precario sta mettendo sempre più sotto pressione l’elemento centrale di quella cultura, lo Stato-nazione.

Negli anni che ha passato all’opposizione, Fratelli d’Italia ha elaborato un’ideologia nazional-conservatrice più liturgica che profonda. Una volta salita al governo, Meloni ne ha conservato le retoriche ma in pratica ne ha smussato molte punte. Pur continuando a dire cose di destra, insomma, ha fatto cose di centrodestra – quando non di centro. Il gioco finora ha funzionato e l’Italia ne ha tratto beneficio. Ma da un lato la rottura con Donald Trump, dall’altro il confuso processo di ridefinizione degli equilibri europei, di cui i conflitti sull’immigrazione sono solo una spia, sollevano più di qualche dubbio sulla sostenibilità di questa strategia nel tempo. Sia chiaro: nell’Unione il prossimo futuro aprirà grandi spazi a destra. Ma proprio per questo i nazionalisti dovranno spiegarci per bene, prima o poi, quel che non è ancora affatto evidente: in quale direzione intendano condurre il continente e le istituzioni comunitarie. Continuando a dire cose di destra, Meloni ha lasciato spazio a Forza Italia sul centrodestra. E in quello spazio, facendo leva anche sull’appartenenza al più importante gruppo politico europeo, Forza Italia è riuscita a stabilizzarsi, smentendo i molti che pensavano non sarebbe sopravvissuta alla scomparsa di Berlusconi. Resta controverso nel partito quanto dialettico debba essere il rapporto con la presidente del Consiglio, anche se in previsione delle elezioni, fra fine vita e lotta alla burocrazia, le diverse anime stanno cercando tutte di spostarsi verso il centro. Ma soprattutto, l’azionista di maggioranza di Forza Italia – la famiglia Berlusconi – rimane un soggetto distinto da chi esercita la leadership politica. Fino a quando questo dualismo non sarà risolto, l’azionista assumendo direttamente la leadership o il leader emancipandosi del tutto dall’azionista, il partito resterà strutturalmente instabile e, se potrà magari conservare il consenso che ha, gli sarà difficile acquistarne dell’altro. Malgrado le opportunità di crescita elettorale non manchino. Facendo cose di centrodestra, Meloni ha lasciato spazio a Salvini sulla destra. E da qui le vengono oggi i guai maggiori. Asceso alla fine del 2013 alla segreteria di una Lega ai minimi termini, Salvini ha identificato un’area politica nella quale allora non si stava muovendo nessuno e l’ha riempita con una campagna di comunicazione martellante, snaturando il partito ma portandolo in sei anni al primo posto in Italia. E poi, in quello stesso 2019, ha cercato di prendersi il banco e ha perso tutto, aprendo un’autostrada a Meloni. Dal 2022 la Lega ha per lo meno tenuto nei sondaggi, benché sotto il 10 per cento, ma Salvini, in gran difficoltà, ha commesso un secondo errore prima candidando Roberto Vannacci alle elezioni europee del 2024, capolista al Centro e al Sud, e poi nominandolo vicesegretario federale. La decisione di Vannacci di fondare Futuro Nazionale ha generato infine – sempre nei sondaggi – un’emorragia di voti dal Carroccio che sta spingendo proprio in questi giorni gli amministratori dei territori padani a sfidare apertamente la leadership salviniana. La crisi interna alla Lega, che rischia di destabilizzare l’intera maggioranza, e la sfida a destra sono i due macroscopici problemi politici che Meloni si trova a dover fronteggiare. Oltre a toglier voti a Salvini, Futuro Nazionale esaspera le contraddizioni irrisolte di Fratelli d’Italia. Non soltanto perché riaccende la tensione fra un nazional-conservatorismo di governo e un nazional-populismo di lotta che ci accompagna ormai da più di un decennio, e che era stata tenuta sotto controllo proprio dicendo cose di destra e facendone di centrodestra. Ma soprattutto perché, con le sue posizioni sulla Russia e l’Ucraina, aggredisce dall’interno la scelta occidentalista della presidente del Consiglio che già Donald Trump ha messo in gran difficoltà dall’esterno.