I primi, non troppo interessati alla politica, tendono a marciare uniti e ad affidarsi a un leader; i secondi, più ideologici, sono propensi a dividersi e amano di meno la leadership. Il blocco di voti di destra si era sgretolato per qualche anno dopo il collasso del berlusconismo, come mostrano i risultati delle elezioni politiche del 2013 e 2018, ma già con le europee del 2019 è tornato vicino al 50 per cento. Tenendo alto il consenso a Fratelli d’Italia, una frazione consistente di quel blocco conserva per il momento Meloni al centro del sistema politico nazionale. Eppure, la coalizione di governo resta fragile. Il partito della presidente del Consiglio non sa pensarsi egemone, figuriamoci comportarsi da egemone. Poiché stiamo parlando di una forza politica creata dai reduci di una cultura che aveva trasformato la marginalità in identità, quest’incapacità era prevedibile. Ma non per questo è meno grave. Tanto più che un quadro europeo e internazionale assai precario sta mettendo sempre più sotto pressione l’elemento centrale di quella cultura, lo Stato-nazione.

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Giorgia Meloni può guardare i sondaggi di Fratelli d’Italia e sorridere. Ma farebbe bene a osservare soprattutto quelli dei suoi alleati. Perché il vero problema del centrodestra…