Un luogo è morto quando non genera più immaginazione. La memoria non basta alla vita: se cristallizza un volto, un’immagine, un sentimento, può chiuderli nella gabbia d’un passato troppo distante, e allora scatta la nostalgia, e quella vita diventa una forma di lutto. Nessun luogo, per quanto terremotato, bombardato, distrutto, può dichiararsi morto finché sprigiona immaginazione, e dunque desiderio (o paura). Scrivendo il mio libro «La Sicilia è un sentimento. Viaggio al limite dello Stretto» (Touring Club), ad ogni pagina capivo che la tentazione era di fare un libro di memorie nostalgiche dei luoghi come li ho visti e vissuti nel passato. Così però avrei fatto un libro di cimeli, di cose già viste, di memorie impagliate. Ciò che descrivevo, invece, era vivo: lo sentivo! Non alla memoria, ma al mio presente e al mio futuro. Ogni elemento del mio racconto era aperto all’immaginazione. Così ho inventato: ho descritto la notte mentre ero in spiaggia in pieno sole, ho scritto ricette inesistenti, ho viaggiato sullo Stretto come fossi sul battello ebbro di Arthur Rimbaud. L’immaginazione ha vinto la nostalgia. L’immaginazione, a volte, precede il luogo.Sullo Stretto di Messina la letteratura è arrivata prima della geografia, ad esempio. Quando Omero, nel XII libro dell’Odissea, colloca tra due rocce il mostro Scilla a sei teste e il gorgo Cariddi, non sta descrivendo un paesaggio: lo sta fondando. Da allora chi guarda quel braccio di mare non vede mai solo acqua e correnti, ma un testo che continua a scriversi incessantemente. Ovidio aggiungerà a Scilla, ninfa trasformata in mostro da Circe, una biografia e un dolore. Qui la memoria è un archivio di racconti che non smettono di generare storie. Scilla e Cariddi non sono un ricordo del mondo antico: sono una struttura percettiva.Goethe arriva a Messina nel 1787 e, attraversando lo Stretto, osserva che Scilla e Cariddi distano tra loro assai più di quanto la poesia lasci credere. La memoria letteraria non corrisponde al dato, insomma. Invece di rimproverare Omero, riflette sulla licenza poetica: il poeta condensa e avvicina perché l’immaginazione non riproduce le distanze ma offre loro un significato. Qui sta la differenza nel colmare le distanze tra la poesia e il cemento. È poi il gesto poetico è opposto alla nostalgia. Il nostalgico confronta il luogo presente con quello ricordato e sceglie il ricordo, dichiarando perso nel passato, morto; Goethe confronta il luogo dei testi che ha letto con quello percepito sul momento dai suoi sensi. E non sceglie: rimette la memoria in circolo, la verifica sul corpo, la restituisce all’immaginazione.Non esiste opera creativa sullo Stretto – ne parlavo con amici che stanno immaginando un progetto cinematografico – che non segua questa logica che lega memoria, sensi e immaginazione. Sullo Stretto la natura stessa rende impossibile la memoria intesa come fotografia. La Fata Morgana, il miraggio che solleva sull’acqua palazzi e coste che non esistono, era già descritta nel Seicento; la lupa, la nebbia che cancella la linea tra cielo e mare e costringe le navi a parlarsi a suoni, produce l’effetto opposto: là il visibile eccede il reale, qua il reale si sottrae al visibile. Chi cresce davanti a un mare che sa sia inventare sia a nascondere impara presto che registrare non è vedere: che la memoria da sola non basta nemmeno alla percezione, figurarsi alla vita. È la lezione dell’Annunciata del nostro amatissimo Antonello da Messina, con quello sguardo obliquo che non si posa sull’angelo ma su un punto che non vediamo: guardare da una riva significa vedere ciò che è presente e insieme ciò che non c’è.Dalle macerie alla poesia