Non avrà nessuna importanza, nel tempo di dopo, chi l’aveva detto e chi no, di chi sia stata la colpa. Ci sarà altro a cui pensare nel mondo nuovo, che naturalmente non riesco a immaginare se non come nei film di fantascienza — umani che ricostruiscono città sottoterra perché fuori a respirare si muore, chiusi in bolle di vetro, nudi tra le rovine, cose così — ma poi vai a sapere come sarà, il mondo nel tempo di dopo. Se sopravviveranno anche gli uomini o solo gli scoiattoli.

Certo se qualche esemplare umano sopravvivesse avrà da pensare ad altro, i primi tempi almeno: non a raccontare la storia com’è andata, intendo. Però c’è sempre qualcuno che prima o poi si incarica di ricostruirla, la storia com’è andata, magari attraverso i reperti delle civiltà scomparse. Arriva sempre nella storia qualcuno che decifra le pietre. E racconta di qualcuno che raccontava, magari ci fu un solo superstite che, cieco, diceva alle neonate creature della nuova specie: ecco come andò.

Questo revival di Odissea ha riacceso l’epica del racconto orale, del cantore cieco. L’ha accesa, per chi la storia non la conosceva e sono parecchi, nei vari continenti. Del resto è così, le storie per saperle bisogna che qualcuno te le racconti e quando non ci sarà più nessuno e nessun posto non ci sarà nessuna storia.