Spesso sentiamo l’irrefrenabile bisogno di rallentare, di mettere in pausa il ritmo frenetico con cui affrontiamo la nostra giornata, spesso costellata non solo da cose da fare, ma affrontata con una velocità tale che fagocitiamo gli eventi a cui andiamo incontro, lasciandoci attraversare da questi senza che ci offrano realmente un'esperienza significativa. Forse è per questo che abbiamo ridotto il tempo che dedichiamo ai romanzi: la lettura richiede una propria cadenza, un’andatura a cui ci stiamo disabituando. Ma il problema non è, come a primo impatto potremmo pensare, la scomparsa dei libri: il modo di affacciarci alle narrazioni lo troveremo sempre, nelle modalità più varie. Il punto è come noi ci relazioniamo alle storie: c’è chi addirittura guarda i film accelerando la riproduzione, pur di arrivare in fretta alla sua conclusione, pur di sapere se è stato il maggiordomo a compiere l’omicidio. Ma il problema non è la semplice velocizzazione di un processo: che sia la lettura di un romanzo, la visione di una serie tv o il passo con cui camminiamo per arrivare al lavoro. Indugiare non significa solamente rallentare, ma accettare il fatto che alcune dinamiche hanno bisogno del loro tempo per poter essere apprezzate fino in fondo.Umberto Eco dedica un suo pezzo proprio a Il piacere dell’indugio, visto non solo come possibilità di rallentamento, ma come meccanismo in grado di spalancare le porte di un’autentica esperienza estetica. Tuttavia, i lettori e gli spettatori potrebbero protestare: che senso ha leggere pagine e pagine di descrizioni accurate di un paesaggio quando hai l’opportunità di saltare direttamente al dialogo tra i personaggi, decisamente più coinvolgente? Che senso ha stare a osservare la protagonista che prepara il suo tè mattutino proprio dopo un colpo di scena sorprendente? Serve a creare un vuoto che viene riempito non dallo schermo, ma dalle emozioni del pubblico. Un vuoto che nella nostra vita quotidiana tentiamo in tutti i modi di ignorare, lasciando che ogni pausa sia riempita dallo scrolling dello smartphone. Persino il tempo libero è diventato un contenitore con cui "ottimizzare" tutto ciò che abbiamo tralasciato durante il resto della settimana. Ecco perché le storie vengono in nostro soccorso, se lasciamo che siano loro a imporre il loro ritmo sul nostro, insegnandoci a tollerare il vuoto.Secondo Eco, Manzoni era un maestro nell’arte dell’indugio, capace di far trattenere il fiato al lettore in maniera eccezionale: quando, ne I Promessi Sposi, Don Abbondio fa ritorno a casa e incrocia i due bravi che lo stavano aspettando, proprio quando noi vorremmo conoscere ciò che accade, Manzoni si sofferma sulla storia di quei due tizi dall’aria poco raccomandabile. Quando torna nel cuore della narrazione l’autore indugia ancora, mostrandoci l’esitazione di Don Abbondio che, rigirando il suo dito nel colletto, si guarda alle spalle nella speranza che qualcuno arrivi in suo soccorso. Uno scrittore più impreparato avrebbe saziato subito la nostra sete di scoperta. Manzoni, invece, ci lascia abitare il vuoto. Scrive Eco: "Era necessario che Manzoni inserisse quelle informazioni storiche? Sapeva benissimo che il lettore sarebbe stato tentato di saltarle, e ciascun lettore de “I promessi sposi” ha fatto così, almeno la prima volta. Ebbene, anche il tempo che occorre per sfogliare delle pagine che non si leggono fa parte di una strategia narrativa. L’indugio accresce lo spasimo non solo di don Abbondio ma anche di noi lettori, e rende il suo dramma più memorabile. E ditemi se non è una storia di indugi la Divina Commedia, dove il viaggio di Dante potrebbe svolgersi oniricamente anche in una sola notte, ma per arrivare all’apoteosi finale dobbiamo impegnarci su cento canti”. Ecco che arriviamo al dunque, intorno al quale ho digredito anch’io: alcune volte per rallentare, per percepire meno la velocità con cui ruota il nostro mondo, non basta solo frenare il passo. Dobbiamo accettare che le esperienze significative - intese come quei momenti in cui scardiniamo la nostra quotidianità e ci apriamo alla scoperta di ciò che è altro da noi - le viviamo quando non imponiamo loro il nostro ritmo, ma siamo noi che ci sincronizziamo al loro battito cardiaco. L’indugio è uno specchio, non perché ci mostra chi siamo, ma perché nel rumore degli stimoli di cui ci circondiamo, lascia affiorare delle emozioni che solitamente tendiamo a soffocare, che emergono solo ad andature meno febbrili. In questo, le narrazioni ci danno una grossa mano, consegnandoci degli universi che, se lasciati dispiegarsi al loro tempo, ci ricordano come si fa a respirare. Ci ricordano come abitare il nostro vuoto, senza riempirlo con le cianfrusaglie con cui tentiamo di coprire il rumore di fondo delle nostre emozioni. D’altronde, non possiamo accelerare la riproduzione della nostra vita come se fosse un film. Tanto vale godersela al suo ritmo.