Per paradosso, la nostalgia è il sentimento dei nostri tempi affamati di futuro. Le sue “farfalle di seta”, come le chiama il poeta Paul Celan, si posano sugli anni in cui internet non esisteva e in cui sognavamo (sul serio) la pace perpetua. Ora ci ritroviamo incerti, impauriti, abitanti di un mondo squassato da conflitti che non avevamo previsto, ristretto dai populismi, manipolato dalle tecnologie. Come potrebbe non crescere la voglia di voltarsi indietro, di aggrapparsi a un’àncora della memoria? Allora viaggiamo, attraverso l’immaginazione o il ricordo, per recuperare qualcosa che ci manca. Diciamo a noi stessi che abbiamo vissuto giorni in cui ci siamo sentiti amati, al sicuro, e speriamo che capiti di nuovo.

La nostalgia è un primo soccorso, una consolazione durante la quotidianità inospitale, «il mezzo per trattenere e riaffermare identità gravemente ferite dal tumulto dell’epoca», come ha scritto il sociologo Fred Davis. Ha una cattiva reputazione, scrive lo psicologo sociale Clay Routledge in un suo intervento sul quotidiano statunitense The New York Times: «Viene descritta spesso come un attaccamento improduttivo a un passato idealizzato, che impedisce alle persone di vivere il presente e di pianificare il futuro. Ma io e molti altri studiosi, dopo aver condotto esperimenti di laboratorio e sondaggi, siamo giunti alla conclusione che i ricordi nostalgici sono spesso fonte di conforto, guida e ispirazione. Anche solo dedicare pochi minuti a ripensare a un bel ricordo o ad ascoltare una vecchia canzone familiare può migliorare l’umore».