Non dobbiamo avere paura della nostalgia. In un tempo che celebra la velocità e l’ossessione per il nuovo, questo sentimento del ritorno viene spesso guardato con sospetto, come se fosse un rifugio per chi non riesce a stare nel presente. Invece la nostalgia è come il filo di Arianna: un legame sottile che ci aiuta a ritrovare la strada nei momenti di smarrimento. Nel mito greco è il filo che permette a Teseo di uscire dal labirinto; nella nostra vita quotidiana è ciò che ci riconduce alle radici e a ciò che dà forma alla nostra identità. Incuriosisce che l’aggettivo nostalgico venga spesso usato con una sfumatura negativa per descrivere chi rimane imprigionato nel passato. Ma l’etimologia racconta altro.

La parola nostalgia nasce alla fine del XVII secolo, quando un giovane laureando in Medicina, per descrivere la sindrome che colpiva i soldati svizzeri costretti ad allontanarsi per lunghi periodi dai loro villaggi di montagna, pensa a Ulisse, al suo nostos e al suo dolore, in greco algos, e trova il modo per dirlo: nostalghia, ovvero dolore del ritorno.

Questo sentimento scivola nella saudade, un’emozione misteriosa. Di lei si sa solo che è una parola portoghese felicemente intraducibile, appartenente a una lingua parlata da un popolo di marinai e grandi viaggiatori, e che ha dentro la solitas, solitudine in latino. La nostalgia racchiude in sé la sofferenza per la lontananza da ciò che si ama ma anche l’idea del ritorno, della ricerca di un luogo in cui riconoscersi. Naturalmente, come ogni sentimento potente, può anche trasformarsi in una trappola se idealizza il passato e ci impedisce di abitare pienamente il presente. Ma non è questa la sua essenza più profonda. Non una resa ma un movimento.Questa sfumatura cambia tutto. Perché la casa della nostalgia non è necessariamente un luogo fisico. Può essere una relazione, un classico, un mito, una canzone. Credo sia per questo che si tratta di un sentimento universale: ci ricorda che non possiamo vivere di solo presente. Siamo radici e continuità. Il tema riguarda da vicino noi genitori: i nostri figli hanno bisogno di sapere da dove vengono e di quali libri siamo fatti per immaginare con maggiore libertà dove andare e quale cultura costruirsi. È un patrimonio emotivo che collega generazioni diverse e custodisce il valore della conoscenza e della memoria condivisa. Un filo che unisce passato e futuro. Casa sarà sempre casa— ci cantano Alfa e Jovanotti in «Buon vento» — però l’orizzonte è dove voglio andare.