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Marina Calloni *
Cinque femminicidi in pochi giorni. E poi il programma di Futuro Nazionale in cui, con il pretesto di parlare di protezione, si normalizza la sottomissione delle donne. Dare un nome alla violenza non basta se la misoginia resta nella cultura
Nella sola settimana tra il 15 e il 20 agosto cinque donne sono state uccise in Italia, quasi tutte per mano di un compagno, di un ex o di un marito: Tania Terrin a Camponogara, Maria D’Alessandro a Sant’Angelo a Cupolo, Ornella Forastefano ad Amendolara, Joanna Rouissi a Colleferro, Carmela Bifano a Corigliano-Rossano. Cinque nomi che si aggiungono a un tragico elenco che continua ad allungarsi.
Ogni femminicidio ha una storia propria, ma il ripetersi di queste morti, spesso dentro relazioni segnate dal controllo, dal possesso e dal rifiuto dell’autonomia della donna, impedisce di considerarle soltanto come tragedie individuali. Nel caso di Tania Terrin, la vittima aveva già denunciato l’aggressore per un tentativo di strangolamento - uno degli indicatori che la letteratura sulla valutazione del rischio considera fra i più gravi - e aveva ottenuto un ammonimento. Non è bastato.












