Non sembrano la stessa Italia, quella fotografata dai dati diffusi dal Viminale a Ferragosto e quella di Camponogara, Colleferro, Corigliano. La prima aveva tirato un sospiro di sollievo, raccogliendo per la prima volta i risultati concreti di un impegno condiviso trasversalmente dalla politica e dalla società: giù di oltre il 15% gli omicidi volontari nei primi 6 mesi del 2026, con un impressionante -37% di femminicidi; su, invece, del 10,7% gli ammonimenti del questore e del 24,1% quelli per violenza domestica. Poi, in appena cinque giorni, sei donne sono state uccise. Una sequenza che riporta drammaticamente al centro la domanda sulla capacità del Paese di riconoscere il pericolo e intervenire prima che sia troppo tardi. E che tuttavia «non deve farci cancellare i passi avanti compiuti» osserva Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi e deputata di Noi Moderati.Onorevole, come si tiene insieme questa contraddizione?La diminuzione dei femminicidi certificata dal Viminale è il risultato di una serie di provvedimenti importanti, della reattività della società civile, del lavoro dei centri antiviolenza e del patto di corresponsabilità tra famiglia, scuola e società civile a cui siamo arrivati nel corso degli ultimi anni. Quando accadono fatti terribili come quelli di questi giorni, soprattutto così ravvicinati, sembra che tutto ciò che di positivo è stato fatto venga annullato: non deve essere così. La lotta alla violenza di genere continua (deve continuare) con un’attenzione quotidiana e sistematica, lavorando soprattutto sulla prevenzione. Non dobbiamo farci paralizzare né dai dati positivi né da quelli negativi.Il caso di Tania, a Camponogara, sembra però porre una questione precisa: quella della disarmante incapacità di valutare il rischio che corre una donna, anche dopo ripetute denunce.È un punto decisivo. Nel caso della povera Tania è evidente come ci sia stato un clamoroso errore nella valutazione di quel rischio. Di fronte a uomini pericolosi non si può adottare una misura troppo leggera rispetto alla loro effettiva letalità. Oggi la legge 181 ha irrobustito la possibilità e la velocità di utilizzare le misure cautelari custodiali: l’ammonimento non può bastare, non in casi come questo.Come si valuta concretamente il rischio che un uomo violento possa effettivamente arrivare a uccidere?Non ci si può limitare a scartabellare le carte e nemmeno a vedere se c’è una denuncia. Bisogna ricostruire la storia del soggetto, il suo comportamento, la situazione psicologica, familiare e lavorativa. Sono tutti elementi che possono diventare campanelli d’allarme. Con questo non sto dicendo ovviamente che ogni uomo debba finire in carcere, ma se si scopre che un uomo ha avuto quattro fidanzate e tutte hanno subito violenza e sporto denuncia, qualche dubbio deve sorgere. Per questo è fondamentale la formazione specialistica non solo dei magistrati e dei pubblici ministeri, ma anche delle forze dell’ordine e del personale sociosanitario: quando si raccoglie una denuncia bisogna mettere chi dovrà decidere nelle condizioni di avere davanti il quadro completo.L'onorevole Martina Semenzato presiede la Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidiLa sensazione è che quando un uomo vuole uccidere una donna, in ogni caso, riesca sempre a farlo. Anche quando indossa il braccialetto elettronico...L’Italia ha oggi il numero di braccialetti elettronici più elevato a livello europeo: quasi 10mila, più della metà dei quali riguardano casi di violenza di genere. Parte delle disfunzioni tecniche sono state risolte, ma anche in questo caso resta il nodo della valutazione del rischio: a un uomo molto pericoloso non si dà il braccialetto elettronico, lo ripeto: serve una misura cautelare custodiale. A questo proposito come Commissione stiamo integrando la nostra relazione analizzando dieci casi di femminicidio legati all’utilizzo del braccialetto. Il dato che emerge è proprio questo: non è il braccialetto che non ha funzionato, ma la decisione di metterlo all’uomo sbagliato.C’è poi il momento successivo alla fatidica denuncia, quando una donna può tornare sui propri passi. L’abbiamo visto succedere anche nei casi di questi giorni.Una donna che vive una situazione di violenza in molti casi non ha la lucidità necessaria per affrontarla e questa non è affatto una colpa. La denuncia è un passo fondamentale, ma deve essere anche sostenuto. Per questo deve attivarsi la rete socio-familiare. Non possono esserci più amici o parenti che dicono: «Così lo rovini» o «Sei troppo buona». Ancora: se l’uomo chiede un ultimo incontro, bisogna coinvolgere le forze dell’ordine. Se c’è un pericolo concreto, bisogna andare in un centro antiviolenza o in una casa rifugio. Non è giusto che sia sempre la donna a dover cambiare vita, ma nell’immediato, questo voglio dirlo, se andarsene significa salvarsi la vita può essere necessario. E dalla denuncia non si dovrebbe tornare indietro.Il nuovo reato di femminicidio è stato recentemente criticato perché i giudici sembrerebbero applicarlo ancora poco. Cosa ne pensa?Quando la presidente della Corte di Cassazione è venuta in audizione ci ha detto una cosa sacrosanta: «Le leggi devono sedimentare». Anche il reato di femminicidio ha bisogno del suo tempo. Non tutti gli omicidi di una donna sono femminicidi. Se si uccide una vicina di casa per una lite di vicinato, non siamo di fronte a un femminicidio. Il femminicidio ha una specificità di genere legata al movente. Più che polemizzare sulla sua utilità, dovremmo formare maggiormente chi deve riconoscere i casi e applicare correttamente la norma. Il reato di femminicidio non è affatto un fallimento: è un indirizzo culturale. Averlo istituito ha contribuito a una prima svolta nel cambiamento che invochiamo da anni nella nostra società.A settembre lei proporrà un testo unico sulla violenza di genere. Perché?L’Italia ha l’impianto normativo più robusto in Europa, voglio metterlo bene in chiaro: nell’analisi comparata che abbiamo fatto confrontandolo con quelli degli altri Paesi questo punto è emerso con chiarezza. Abbiamo tante leggi importanti, dunque, ma sono frammentate. Ecco perché vorremmo riprendere la ricognizione normativa e proporre un testo unico che diventi uno strumento chiaro per operatori della giustizia, forze dell’ordine, personale sanitario e società civile: una mappa di cosa fare e come intervenire. E vorremmo utilizzare maggiormente anche lo strumento dell’intelligenza artificiale: a Madrid ho avuto modo di conoscere un sistema che, attraverso indicatori raccolti al momento della denuncia, aiuta a classificare il rischio come verde, giallo o rosso. La decisione finale resta all’essere umano, naturalmente, ma anche la tecnologia può aiutare.La Commissione si è occupata molto anche degli orfani di femminicidio.Stiamo lavorando all’aggiornamento di tre decreti: uno riguarda l’aumento delle borse di studio, un altro la creazione di un Osservatorio nazionale sui numeri degli orfani di femminicidio; lavoriamo inoltre sull’aggiornamento dei fondi per il loro sostegno psicologico, scolastico e sportivo. La cosa più importante è che oggi si parla molto di più di questi «orfani silenziosi»: quando una donna viene uccisa abbiamo imparato a vedere anche loro, a intercettare i loro bisogni e quelli dei nonni o dei parenti affidatari. Dobbiamo fare sempre meglio.