Un medico di Harvard divide le domande mediche in tre fasce e spiega dove l'AI è utile e dove, invece, è meglio affidarsi al medico

Ci svegliamo con un dolore che non riconosciamo. E invece di aprire Google, come facevamo fino a ieri, apriamo ChatGpt o Gemini, Claude, ecc e chiediamo lumi: il responso arriva in pochi secondi, dettagliato e scritto con tono così sicuro che è facile crederci. Ma possiamo davvero fidarci? Adam Rodman, medico e ricercatore di intelligenza artificiale al Beth Israel Deaconess Medical Center, affiliato alla prestigiosa Università di Harvard, è convinto che chiedere all'AI non sia sempre sbagliato. Ma c'è consulto e consulto: i chatbot possono essere utili a venire a capo di alcune questioni legate alla salute, non tutte. In un'intervista al Harvard Gazette ha proposto un sistema a semaforo, dal verde delle domande che possiamo fare a un chatbot, senza pensarci troppo, al rosso di quelle in cui è meglio evitare e consultare un medico.

Cosa possiamo chiedere al dottor ChatGptPassano col verde «le domande generali sulla salute, dove la qualità dell'informazione non dipende molto dal contesto». Possiamo chiedere a ChatGpt, Gemini, Grok, ecc di spiegarci che cos'è l'ipertensione o come funziona il diabete e la risposta sarà affidabile quanto un buon manuale. E spingerci anche un po' oltre: «Ho il diabete e il medico mi ha detto di seguire una dieta adatta, ecco cosa mi piace mangiare, puoi aiutarmi a costruire un menu?». Oppure, farci preparare un programma di allenamento o chiedere quali sono gli effetti collaterali più comuni di un farmaco appena prescritto. Qui l'AI fa ciò che le riesce meglio, prende una montagna di informazioni e ce le restituisce in forma ordinata e chiara. In alcuni casi può anche attingere a database come Consensus e semplificare il risultato di studi scientifici.