Mettendoci nei panni di un paziente, abbiamo chiesto a un noto chatbot un consiglio per una tosse. In pochi secondi ci ha posto domande appropriate e fornito indicazioni prudenti e verosimilmente utili. Quale medico vorremmo incontrare se avessimo un problema di salute? Un algoritmo che ci parla con voce umana? Un medico che guarda più lo schermo che il paziente? Oppure un professionista capace di usare le possibilità straordinarie offerte dalla tecnologia senza rinunciare al giudizio clinico e alla relazione con chi gli sta davanti?
La domanda non è retorica. Negli ultimi cinquant’anni la medicina è cambiata molto più rapidamente della formazione dei medici. L’intelligenza artificiale rende questa distanza ormai impossibile da ignorare. Fino a pochi decenni fa il medico era artefice e depositario del proprio sapere. Diagnosi e terapia dipendevano soprattutto dall’osservazione del malato, dalla semeiotica e da pochi esami. Il giudizio del grande maestro aveva un peso enorme, talvolta eccessivo. La medicina basata sulle prove scientifiche ha corretto quell’autoreferenzialità. Ma nel frattempo è avvenuta un’altra trasformazione. Fisica, ingegneria, informatica e biologia molecolare hanno generato TAC, RMN, PET, chirurgia robotica, sequenziamento genetico e farmaci biotecnologici. Quasi nessuna delle grandi innovazioni che oggi cambiano la medicina nasce più all’interno di una sola disciplina: è il risultato dell’incontro tra saperi diversi. Il medico ne è diventato un utilizzatore formidabile, ma la sua formazione non sempre gli consente di comprendere gli strumenti di cui si serve. La tecnologia ha salvato innumerevoli vite; il problema è che la formazione medica non si è trasformata con la stessa velocità.







