L'arrivo dell’intelligenza artificiale in Medicina, ormai è chiaro, non riguarda solo la capacità di fare diagnosi rapide e precise oltre a indicare la terapia corretta. Riguarda, infatti, anche la trasformazione del rapporto tra medico e paziente.
Il contatto umano, la relazione che è alla base del rapporto tra chi sta male e chi lo cura.
In questo ambito, nonostante i tentativi di replicare l’umanizzazione sanitaria proprio con l’intelligenza artificiale, i dubbi etici restano. E gli specialisti non accettano anche questa delega nei confronti della tecnologia.
Mentre gli strumenti di IA diventano sempre più sofisticati nel replicare alcuni aspetti del comportamento umano, la loro capacità di simulare l'empatia genera discussioni tra i professionisti della salute, rivedendo (per non toccare) l'essenza del medico e il significato dell'assistenza.
«È in gioco una trasformazione del paradigma che informa l’idea di salute, malattia, cura e, soprattutto, relazione terapeutica» sostiene Tonino Cantelmi, professore associato di Psicopatologia alla Pontificia Università Gregoriana che nei mesi scorsi ha presentato il “Manifesto Singolarità tecnologica verso malattia zero” a Roma al ministero della Salute. Obiettivo: “umanizzare” l’IA e bilanciare tecnologia, etica, responsabilità, sicurezza, empatia e presa in carico della persona.








