Alzi la mano chi almeno una volta non ha consultato un modello di intelligenza artificiale, da ChatGPT a Gemini, da Claude a Grok, per chiedere se un determinato alimento può far male o come va valutato un certo sintomo. «La diffusione di questo fenomeno - osserva il professor Walter Ricciardi, docente di Igiene all'Università Cattolica - è destinata ad aumentare, anche perché i cittadini spesso trovano difficoltà ad accedere ai servizi sanitari nei tempi adeguati». Il King's College di Londra ha realizzato una ricerca sul tema riportata da The Guardian. Su 2.000 intervistati nel Regno Unito, almeno una persona su 7, dunque il 15 per cento, utilizza i chatbot per ottenere consulenze legate alla salute invece di rivolgersi al medico di base.
IL MEDICO CHE NON C'È
«In Gran Bretagna come in Italia - conferma il professor Ricciardi - la risposta sanitaria è a volte insufficiente, per cui il ricorso all'IA è quasi automatico. Ma in questa fase il consiglio deve essere netto: mai affidarsi esclusivamente all'intelligenza artificiale. È fondamentale verificare sempre le informazioni ottenute: possono essere un punto di partenza, ma bisogna poi parlare con un medico, soprattutto quando si tratta di argomenti cruciali per la salute. Chi non è esperto rischia di prendere per buona una risposta dell'IA che magari non lo è affatto. Certo, in futuro questi sistemi miglioreranno e saranno più sofisticati, ma non abbiamo ancora raggiunto questo traguardo». La ricerca del King's College conferma le parole del professor Ricciardi. Nel Regno Unito tra coloro che utilizzano i chatbot, il 25 per cento lo fa a causa delle lunghe liste di attesa del Nhs (il servizio sanitario nazionale britannico, tutto il mondo è paese). Tuttavia, non di rado l'utente riceve dal chatbot risposte fuorvianti. Certo, non come nel decennio scorso, quando per qualsiasi malanno la classica ricerca su Google ci restituiva spesso risposte catastrofiche perché attingeva anche dalla disinformazione che regna in rete.






