C’è un problema, prima ancora che politico o militare, di linguaggio. La cosiddetta «guerra ibrida» non esiste. O, meglio, è un’espressione sbagliata ormai. Esistono invece le minacce – o tattiche – ibride, impiegate all’interno di campagne che si sviluppano nella zona grigia tra pace e guerra. Campagne che possono combinare strumenti diplomatici, intelligence, militari, economici, finanziari, dell’informazione e di law-enforcement: il cosiddetto spettro Dimefil.

È una distinzione tutt’altro che accademica. Chiamare «guerra» qualunque attività ostile che non sia un combattimento convenzionale rischia di farci perdere di vista proprio ciò che rende queste campagne efficaci: la loro capacità di rimanere sotto la soglia del conflitto armato, sfruttando l’incertezza sull’attribuzione e rendendo politicamente difficile una risposta.

È questa la forza della zona grigia. Un cyberattacco, una campagna di disinformazione, un’interferenza elettorale, il sabotaggio di un’infrastruttura o il reclutamento di un cittadino europeo possono produrre costi significativi senza creare automaticamente le condizioni per una risposta militare. L’attaccante sceglie il terreno; il difensore deve decidere se e come reagire.