Trump ha rassicurato: Putin non attaccherà la Nato, e la missione di Ratcliffe sarebbe stata un normale contatto tra intelligence. Ma proprio questa normalità è significativa: tra potenze nucleari, i canali dell’intelligence servono anche a stabilire dove passa la soglia che nessuno vuole oltrepassare. Trump sta cercando di evitare che la paura diventi una profezia. La guerra in Ucraina è in una fase critica. Mosca deve sostenere costi crescenti senza riuscire a trasformare la propria superiorità militare e di massa in successo sul campo. La Russia è abbastanza forte per continuare la guerra, ma non per chiuderla alle proprie condizioni. Questa è una combinazione pericolosa: un Putin sotto pressione potrebbe essere più disposto ad alzare il rischio e a far pagare agli europei il loro sostegno all’Ucraina. È il senso delle minacce russe al Regno Unito, dopo la decisione di Londra di trasferire a Kiev la tecnologia per produrre missili a lungo raggio. Non si tratta più solo di fornire armi, ma capacità industriale. Un missile consegnato è uno stock; una tecnologia trasferita è una capacità futura di attacco in profondità. Più Londra aumenta la capacità militare ucraina, più Mosca cerca di farle pagare il prezzo. Da qui la pressione contro i Paesi europei: cyberattacchi, sabotaggi, danni a infrastrutture, provocazioni, interferenze politiche. La guerra ibrida colpisce le opinioni pubbliche, anche in vista del ciclo elettorale del 2027 in Europa: mira a rendere più costoso per i governi sostenere Kiev. Ma la vera domanda è cosa farà Putin se la campagna militare non produrrà i risultati che cerca. In diplomazia c’è una regola: se un attore si sente senza vie d’uscita, può restargli una sola carta. Rovesciare il tavolo. Qui si apre il rischio Nato. Non una guerra, ma azioni limitate, ibride e ambigue per testare la soglia di risposta dell’Alleanza e la reale credibilità dell’Articolo 5. Se Putin si vedesse all’angolo, i rischi sarebbero due, distinti: testare la Nato oppure, di fronte a un grave insuccesso in Ucraina, ricorrere anche alla minaccia o all’uso di un’arma nucleare tattica per cambiare il corso della guerra. Mosca ha capito che non deve necessariamente usare il nucleare: le basta parlarne nel momento giusto. È in questo contesto che va letto il viaggio di Ratcliffe a Mosca. Il direttore della Cia è andato a tentare di capire quali siano le linee rosse di Putin e quanto egli sia pronto a rischiare. Ma anche ad ammonirlo: capire fin dove Putin è disposto ad arrivare e ricordargli fin dove Washington gli permetterà di arrivare. Il vantaggio del canale dell’intelligence è proprio questo: può trasmettere una proposta e una minaccia nella stessa occasione. Per Trump, infatti, il problema è la saturazione strategica americana. Ha bisogno di risultati prima delle Midterm; deve arrivare all’incontro con Xi, il 24 settembre, senza incrinare il rapporto con la Cina ed è in piena crisi iraniana. Soprattutto, non ha bisogno di una nuova escalation in Ucraina. Russia, Iran e Cina assorbono contemporaneamente la potenza americana: l’Iran consuma risorse; la Cina è il rivale strategico; l’Ucraina drena capitale politico. E qui l’Iran può entrare nel calcolo russo-americano. Mosca è avversaria degli Usa in Europa ma conserva leve su Teheran. Washington può quindi avere interesse a verificare se la Russia sia disposta, almeno, a non alimentare la crisi mediorientale. Non necessariamente un baratto Ucraina-Iran, ma una diplomazia delle leve incrociate, per impedire che crisi separate si saldino in un unico problema strategico americano. Più Washington ha fretta, più Mosca può alzare il prezzo. Più Mosca teme di non ottenere sul campo ciò che vuole, più è tentata di alzare il rischio. L’Europa è dentro questa equazione. Deve sostenere Kiev e rafforzare la deterrenza, ma anche prepararsi al negoziato, poiché la fine della guerra non coinciderà necessariamente con la fine della rivalità Russia-Occidente. Da Putin è quindi realistico aspettarsi un doppio binario: pressione militare e ibrida, minacce, forse provocazioni, e apertura tattica al negoziato. La partita non è soltanto fermare la guerra in Ucraina o evitare una ulteriore escalation. È impedire che Putin, sotto pressione, trasformi la crisi in un test della deterrenza occidentale. Ed è precisamente per questo che Ratcliffe è andato a Mosca.
Se Putin all’angolo rovescia il tavolo
Trump ha rassicurato: Putin non attaccherà la Nato, e la missione di Ratcliffe sarebbe stata un normale contatto tra intelligence. Ma proprio questa normalità è significativa: tra potenze nucleari, i canali dell’intelligence servono anche a stabilire dove passa la soglia che nessuno vuole oltrepassare. Trump sta cercando di evitare che la paura diventi una profezia. La guerra in Ucraina è in una fase critica. Mosca deve sostenere costi crescenti senza riuscire a trasformare la propria superiorità militare e di massa in successo sul campo. La Russia è abbastanza forte per continuare la guerra, ma non per chiuderla alle proprie condizioni. Questa è una combinazione pericolosa: un Putin sotto pressione potrebbe essere più disposto ad alzare il rischio e a far pagare agli europei il loro sostegno all’Ucraina. È il senso delle minacce russe al Regno Unito, dopo la decisione di Londra di trasferire a Kiev la tecnologia per produrre missili a lungo raggio. Non si tratta più solo di fornire armi, ma capacità industriale. Un missile consegnato è uno stock; una tecnologia trasferita è una capacità futura di attacco in profondità. Più Londra aumenta la capacità militare ucraina, più Mosca cerca di farle pagare il prezzo. Da qui la pressione contro i Paesi europei: cyberattacchi, sabotaggi, danni a infrastrutture, provocazioni, interferenze politiche. La guerra ibrida colpisce le opinioni pubbliche, anche in vista del ciclo elettorale del 2027 in Europa: mira a rendere più costoso per i governi sostenere Kiev. Ma la vera domanda è cosa farà Putin se la campagna militare non produrrà i risultati che cerca. In diplomazia c’è una regola: se un attore si sente senza vie d’uscita, può restargli una sola carta. Rovesciare il tavolo. Qui si apre il rischio Nato. Non una guerra, ma azioni limitate, ibride e ambigue per testare la soglia di risposta dell’Alleanza e la reale credibilità dell’Articolo 5. Se Putin si vedesse all’angolo, i rischi sarebbero due, distinti: testare la Nato oppure, di fronte a un grave insuccesso in Ucraina, ricorrere anche alla minaccia o all’uso di un’arma nucleare tattica per cambiare il corso della guerra. Mosca ha capito che non deve necessariamente usare il nucleare: le basta parlarne nel momento giusto. È in questo contesto che va letto il viaggio di Ratcliffe a Mosca. Il direttore della Cia è andato a tentare di capire quali siano le linee rosse di Putin e quanto egli sia pronto a rischiare. Ma anche ad ammonirlo: capire fin dove Putin è disposto ad arrivare e ricordargli fin dove Washington gli permetterà di arrivare. Il vantaggio del canale dell’intelligence è proprio questo: può trasmettere una proposta e una minaccia nella stessa occasione. Per Trump, infatti, il problema è la saturazione strategica americana. Ha bisogno di risultati prima delle Midterm; deve arrivare all’incontro con Xi, il 24 settembre, senza incrinare il rapporto con la Cina ed è in piena crisi iraniana. Soprattutto, non ha bisogno di una nuova escalation in Ucraina. Russia, Iran e Cina assorbono contemporaneamente la potenza americana: l’Iran consuma risorse; la Cina è il rivale strategico; l’Ucraina drena capitale politico. E qui l’Iran può entrare nel calcolo russo-americano. Mosca è avversaria degli Usa in Europa ma conserva leve su Teheran. Washington può quindi avere interesse a verificare se la Russia sia disposta, almeno, a non alimentare la crisi mediorientale. Non necessariamente un baratto Ucraina-Iran, ma una diplomazia delle leve incrociate, per impedire che crisi separate si saldino in un unico problema strategico americano. Più Washington ha fretta, più Mosca può alzare il prezzo. Più Mosca teme di non ottenere sul campo ciò che vuole, più è tentata di alzare il rischio. L’Europa è dentro questa equazione. Deve sostenere Kiev e rafforzare la deterrenza, ma anche prepararsi al negoziato, poiché la fine della guerra non coinciderà necessariamente con la fine della rivalità Russia-Occidente. Da Putin è quindi realistico aspettarsi un doppio binario: pressione militare e ibrida, minacce, forse provocazioni, e apertura tattica al negoziato. La partita non è soltanto fermare la guerra in Ucraina o evitare una ulteriore escalation. È impedire che Putin, sotto pressione, trasformi la crisi in un test della deterrenza occidentale. Ed è precisamente per questo che Ratcliffe è andato a Mosca.













