Le dichiarazioni al Financial Times di Giuseppe Cavo Dragone non sono certamente casuali. La tensione tra Russia e Occidente, soprattutto lungo il fianco orientale dell’Europa, è alta. Un conflitto-ombra combattuto su diversi livelli e dimensioni, sorvolo di droni, sabotaggi, omicidi, attacchi hacker, infiltrazioni, disinformazione. Guerra ibrida, appunto. Con molte armi, molteplici scenari, spesso oscuri, effetti diversi, alcuni dei quali potenzialmente devastanti. E il Vecchio Continente è di fatto già da molto tempo il grande teatro di questo scontro.
«Da quando è esplosa la guerra in Ucraina, l'Europa è stata il teatro di oltre cento attacchi, tentati e riusciti, riconducibili alla Russia e rientranti nella categoria delle guerre ibride» dice Emanuel Pietrobon, analista, autore del libro L'arte della guerra ibrida: teoria e prassi della destabilizzazione. «Parliamo di sabotaggi fisici e attacchi cibernetici contro le infrastrutture critiche, come centrali elettriche e ferrovie, ma anche di roghi, piani per omicidi mirati, ingerenze elettorali», continua Pietrobon. Ma finora, e questo è il grande cambiamento insito nelle parole di Cavo Dragone, l’Alleanza atlantica aveva sempre scelto una postura diversa. Il dibattito è attivo da molti anni in seno al blocco occidentale. Secondo Pietrobon, a Bruxelles si discute spesso sul modo in cui l’Alleanza ha reagito e si teme che «il mantenimento di una difesa passiva abbia incoraggiato la Russia a premere l'acceleratore sul fronte europeo, costringendo la Nato a fare un passo in avanti». E questo potrebbe essere stato segnalato proprio ieri dalle parole di Cavo Dragone, anche se Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, tende a smorzare i toni più allarmisti. «Il presidente del comitato militare della Nato non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva», dice, «ma di fatto apre un dossier, apre una discussione su dove possiamo spingerci in chiave difensiva prima che l'attacco venga effettuato».











