di
Giuseppe Sarcina
Lo zar potrebbe «saggiare» le reazioni della Nato nel Baltico o più a NordIl quartier generale di Bruxelles tende però a escludere un’offensiva aperta
Il ministro degli Esteri dell’Estonia, Marcus Tsahkna, è netto. In una nota ufficiale fa sapere: «Il nostro giudizio sulle minacce poste dalla Russia non è cambiato». Il sottinteso è facilmente intuibile: la missione del direttore della Cia, John Ratcliffe, a Mosca, non ha modificato lo scenario. Ne hanno discusso anche gli ambasciatori dei Paesi Nato, riuniti ieri a Bruxelles. All’incontro ha partecipato il sottosegretario alla Difesa Usa, Elbridge Colby. A quanto risulta, è stato un confronto sul filo del paradosso. Il rappresentante del Pentagono ha rassicurato gli alleati, sostenendo che gli Stati Uniti non hanno intenzione di lasciare l’Alleanza. Nello stesso tempo, però, ha annunciato che, entro il 6 novembre, presenterà al ministro della Difesa Pete Hegseth «almeno quattro opzioni» sul dispiegamento dei soldati Usa in Europa. La previsione è che, come anticipato, Washington ridurrà il contingente oggi formato da 80 mila militari.
Tutto ciò mentre all’interno della Nato, resta alto l’allarme sulle mosse di Vladimir Putin. L’analisi più condivisa è che il Cremlino intensificherà le azioni (o provocazioni) di guerra ibrida. Sabotaggi, danneggiamenti di infrastrutture telematiche o cavi sottomarini, incursioni di droni, come quelli trovati, carichi di esplosivo, nei dintorni dell’aeroporto di Lipsia, in Germania. Nello stesso tempo, però, è ora più difficile escludere un vero attacco militare, anche se circoscritto. Da Mosca arrivano segnali contraddittori. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, cita apertamente «le basi militari del Regno Unito», mentre Dmitry Peskov, la «voce» di Putin esclude blitz contro i Paesi Nato. Ma di chi dobbiamo fidarci? Se lo sono chiesti ancora ieri diversi ambasciatori dell’Alleanza atlantica.











