L’Italia può essere un partner rilevante in alcuni nodi tecnologici ben definiti, a condizione di muoversi dentro una strategia europea più ampia e di continuare a rafforzare il proprio ecosistema di ricerca, formazione e capitali. Marco Gilli (Compagnia di San Paolo) analizza le dinamiche che portano le S&T al cuore della strategia statunitense e like-minded

Per Marco Gilli, sebbene la National Security Science & Technology Strategy (Nssts) si tratti di un documento in continuità con la strategia definita nel 2025, vi è una maggiore enfasi su due aspetti rilevanti che vanno considerati insieme: “Da un lato il superamento dell’idea di superiorità tecnologica in senso assoluto, dall’altro l’ambizione di contribuire a definire la governance globale delle tecnologie emergenti”.

La Nssts – spiega il presidente di Compagnia di San Paolo, già rettore del Politecnico di Torino, dove tuttora è professore – parte dal riconoscimento che “siamo in una fase di transizione tecnologica rapida e incerta e che gli Stati Uniti non possono, né devono, puntare a dominare tutto, ma a concentrare il vantaggio dove conta di più”. Per questo la strategia isola alcune tecnologie emergenti davvero trasformative (AI e sistemi autonomi, biotecnologie, tecnologie quantistiche, oltre a semiconduttori avanzati e spazio), in cui esiste già oggi una leadership Usa e dove Washington ritiene di poter essere determinante nell’evoluzione futura.