Ci sono campioni che vincono e campioni che diventano leggenda. Varenne appartiene alla seconda categoria. La sua morte non segna soltanto la scomparsa del più grande simbolo dell’ippica italiana contemporanea. Chiude un’epoca, porta via un pezzo della memoria sportiva del nostro Paese e lascia un vuoto particolare in chi quelle imprese le ha vissute aspettando una partenza, trattenendo il fiato in retta d’arrivo, esultando davanti a un televisore o sulle tribune di un ippodromo.
Per me quel sentimento ha radici ancora più profonde. Sono nato in una famiglia nella quale i cavalli c’erano già prima che arrivassi io. Mio padre è sempre stato un grande appassionato di ippica e proprietario di cavalli da trotto. Nella nostra casa di campagna erano una presenza quotidiana. Con lui e con mio fratello ce ne prendevamo cura per conoscerne il carattere, la sensibilità, la forza. Poi il centro di allenamento, le corse, l’ippodromo di Taranto, Castelluccio dei Sauri e, più avanti, i viaggi verso Roma e lo storico Tor di Valle. Chi cresce così sa che l’ippica non è semplicemente uno sport. È una cultura fatta di sacrificio, attesa, competenza e rispetto per un animale straordinario. Ed è forse per questo che Varenne, quando apparve sulla scena mondiale, ci sembrò subito qualcosa di diverso. Le sue corse erano appuntamenti ai quali non si poteva mancare. Con Giampaolo Minnucci in sulky e Jori Turja ad allenarlo, il Capitano costruì una carriera irripetibile, vincendo 62 delle 73 corse disputate e conquistando per due anni consecutivi, nel 2001 e nel 2002, Prix d’Amérique, Lotteria di Agnano ed Elitloppet.












