Varenne, il più veloce trottatore di sempre. Accanto a lui, per tutta la carriera, Giampaolo Minnucci, il driver che ne ha condiviso i trionfi e le (rare) sconfitte. A vent'anni dalle imprese che hanno fatto la storia dell’ippica, Minnucci ripercorre il legame con il “Capitano”, il cavallo che ha cambiato la sua vita e conquistato il mondo. Varenne ha avuto 2500 figli: ce n’è qualcuno che gli somigli?«No. Anche Maradona ha avuto due, tre, quattro figli, ma nessuno che in campo ricordasse anche solo minimamente il padre». Come si gode la pensione un cavallo di 31 anni?«È annoiato. È stato abituato a una vita completamente diversa: ha girato il mondo, ha preso l’aereo più di un pilota, ha ricevuto onoreficenze a partire da papa Wojtyla e dal presidente della Repubblica Ciampi, è stato in tv a Sanremo e Domenica In».

Sei anni di intesa agonistica: come funzionavate?«Io dovevo indirizzarlo, per noi guidatori è come avere un volante tra le mani. Lui doveva fidarsi. Se c’era da andare in testa, gli lasciavo le guide un po’ più lunghe; se invece bisognava rallentare, tiravo leggermente le redini. Il cavallo deve avere fiducia nell’uomo. In quel momento siamo due cervelli che lavorano insieme: se decide di non fare quello che gli chiedo, rompe il trotto, si mette al galoppo e viene squalificato». C’era anche un rapporto affettivo?«Certo. Con il tempo impari a capire se un animale è contento, triste, se ha voglia di fare quello che gli stai chiedendo. Varenne è nato per correre. E per vincere». C'è un successo che ricorda più degli altri?«È difficile scegliere: ha vinto 62 corse su 73. Però dico il Derby italiano del trotto nel 1998». E la sconfitta che le pesa?«Varenne ha perso la prima e l’ultima corsa della carriera. Evidentemente la sua parabola era questa: entrare e uscire a fari spenti». Avevate un vostro rituale?«No, a volte vogliamo umanizzarlo troppo. Era un animale straordinario, ma sempre un animale. Se vinceva, gli davo una pacca sul sedere. Tutto qui». Il suo inchino, però, è passato alla storia.«Eravamo a San Siro nel 2002, durante la presentazione dei cavalli e dei guidatori. Tutti aspettavano Varenne e lui che cosa fece? Si inchinò: abbassò la testa e con la zampa destra si toccò il muso. Il pubblico impazzì. Non so che cosa gli abbia detto il cervello». Se dovessimo ripartire gli applausi tra il cavallo e l’uomo?«Il primo a tagliare il traguardo era lui. Io arrivavo subito dietro». Quando è cominciata la gloria?«Le racconto un episodio. La prima volta all’Amerique ci consideravano gli ultimi arrivati. Una farm, però, ci offrì 13 milioni di dollari per acquistare Varenne e destinarlo alla carriera di stallone. Il proprietario Enzo Giordano rispose:”Non posso venderlo perché non è mio: appartiene agli italiani”». E i meriti di Minnucci?«Beh, ancora oggi mi capita che la gente mi fermi». Come è nato il soprannome “Il Capitano”?«Dall'amicizia con Francesco Totti, il capitano della Roma». C'è una critica che l'ha ferita?«Tante. La più frequente è sempre stata: “Lui vinceva solo con Varenne”». È inevitabile, non crede?«Io continuo a fare il guidatore. Le corse le perdo, gli errori li commetto come tutti. Ma guidare Varenne non era semplice: era come avere una Ferrari con il cervello». Va ancora a trovarlo a Eboli dove vive?«Ci vado sempre per il suo compleanno. Mi fa un po' male vederlo così, ormai anziano. Poi magari anche lui guarda me e pensa: "A' Giampà, quanto sei invecchiato!"».