di Venanzio Postiglione

Senza gli anticorpi (e molti adolescenti non possono averli e non ne hanno colpa), abbiamo creato un’infinita grotta digitale di carcerati, convinti che la vita sia tutta lì. Mettere limiti è utile, ma ci vogliono anche alternative: lo sport, il teatro, i giochi, le chiacchierate, i viaggi. La lista è infinita, ognuno può aggiungere la sua idea

Eppure. La battaglia non è perduta. Avete notato? Al mare, in montagna, sui laghi, le ragazze e i ragazzi hanno (un po’) meno gli occhi sullo smartphone. Un’illusione? Un miraggio da calura? Non è detto. Nei giorni di Ferragosto, con la grande distrazione della vacanza, le amicizie trovate o ritrovate, le passeggiate e le nuotate, i giri in treno con l’Interrail, le letture richieste dalla scuola, ecco che i nativi digitali hanno inevitabilmente incrociato la vita reale. Dove non è necessario trascorrere ore e ore sui social, scrivere all’amico in Giappone, contare i like del proprio selfie che poteva venire anche meglio.Sui minori e la Rete si discute già tanto, ma non è mai troppo. E il tema ci riguarda: come genitori, zii, docenti, comunicatori o esseri umani che hanno a cuore il futuro del mondo. Secondo l’ultima indagine dell’Istituto superiore di sanità, quasi centomila adolescenti tra gli 11 e i 17 anni mostrano “una dipendenza da social media”. Le soluzioni semplici (anche qui) fanno bene a chi le propone, ma servono a poco. Lo smartphone, per i ragazzi, spesso anche per gli adulti, è la terza mano. Di questo si tratta. Nella sua evoluzione millenaria, a un certo punto, l’homo sapiens ha acquisito un arto in più. Proporre di tagliarlo o di legarlo è un’idea facile, dritta e forse inconcludente. Sarebbe meglio, come sempre, immaginare nuovi equilibri, strade complicate e possibili, percorsi che prevedano limiti (inevitabili) ma anche alternative (un po’ di fatica, insomma). La legge Sirchia contro il fumo funzionò, certo, ma aveva tutt’attorno anni di studi e di campagne, un controllo forte e comune, un consenso largo e trasversale.