Ogni volta che succede qualcosa che riguarda i ragazzi e i social, la risposta è quasi automatica: vietiamo. Vietiamo l’accesso. Vietiamo prima dei 14 anni. Vietiamo prima dei 16. Vietiamo “per proteggerli”. È una reazione comprensibile. Ma è anche una reazione povera, se resta l’unica. Vietare è un gesto semplice, rassicurante, immediato. Dà l’illusione di aver fatto qualcosa. Ma raramente affronta il problema vero. Perché la domanda che continuiamo a evitare è sempre la stessa, ed è una domanda scomoda: perché i ragazzi stanno così tanto sui social? Davvero pensiamo che sia solo una questione di età, di immaturità, di mancanza di regole? Davvero crediamo che milioni di adolescenti passino ore online solo per noia o superficialità?

Social vietati ai ragazzi come in Australia? Ma i divieti da soli non bastano

I social, il luogo dove accadono le cose

Chi lavora con loro lo sa bene: i ragazzi non stanno sui social perché li amano. Ci stanno perché lì succede qualcosa che altrove succede sempre meno. Lì qualcuno risponde. Lì qualcuno guarda. Lì qualcuno reagisce. Lì qualcuno c’è. E mentre discutiamo di divieti, raramente ci fermiamo a osservare il contesto in cui questi ragazzi crescono. Un contesto in cui gli adulti sono sempre più presenti fisicamente e sempre più assenti mentalmente. Negli stessi anni in cui chiediamo ai ragazzi di disconnettersi, abbiamo normalizzato l’idea che un adulto debba essere sempre disponibile. Sempre reperibile. Sempre raggiungibile. Sempre con il lavoro in tasca. Email la sera, messaggi durante la cena, telefonate nel weekend.