Da madre, prima che da giornalista, dico subito da che parte sto: i social ai minori andrebbero vietati, e non per prudenza, ma per lo stesso motivo per cui non metterei mai una sigaretta in mano ai miei figli. E di figli ne ho quattro: due ormai adulti e due di quattro anni, ancora con le ginocchia sbucciate e i giochi sparsi sul pavimento. I più grandi sono cresciuti dentro un’infanzia con almeno un piede nella realtà. I piccoli, invece, rischiano di non scoprirla mai, se lasciamo che a educarli sia uno schermo. Per questo guardo alla decisione australiana come a una misura che definisce una responsabilità collettiva. Non serve demonizzare la tecnologia: basta prendere atto che, oggi, cresce più in fretta dei nostri figli.
Se vietiamo fumo e alcol a chi non è pronto a gestirli, perché dovremmo regalare ai minori una dipendenza (perché di questo si tratta) più subdola, quella digitale? I social non corrodono i polmoni: modellano il cervello. E un cervello adolescente è un cantiere aperto. Le neuroscienze lo dimostrano: la materia bianca che sostiene apprendimento e attenzione subisce alterazioni quando l’esperienza reale viene sostituita da quella virtuale. La dopamina, quella che ci spinge a cercare piacere e ricompensa, non distingue tra una sigaretta e un like. Vuole solo che il rituale continui, un post dopo l’altro, uno scroll che diventa abitudine. Così si cresce senza pensare, si scivola nel pensiero veloce, superficiale, in un mondo dove le immagini sono perfette e la vita, inevitabilmente, no.











