È che sono allergica ai divieti. Così, in generale: vale in questo caso, cioè per lo stop ai social network (australiani) ai minori di sedici anni, e vale sempre. Il proibizionismo non ha mai funzionato, non serve scomodare gli speakeasy americani degli anni Venti per ricordarselo. Vietato vietare, l’ho sempre pensata in questi termini. Sì, d’accordo, viviamo in un consesso civile, in una società, e le regole ci servono per non sopraffarci a vicenda: ma quando in ballo ci sono le libertà individuali, le preferenze di ognuno, i comportamenti che (al limite) nuocciono giusto a chi li pratica, che male c’è?
Dice: «Eh ma son ragazzini, cambia tutto». Ni. Nel senso che come obiezione la capisco, i pericoli che corri (in rete) a dodici anni non sono gli stessi che corri (sempre sul web) a quaranta e, quando sei adolescente, hai le difese immunitarie, specie quelle digitali, ancora poco sviluppate. Però allora le riserve si moltiplicano.
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Primo, come lo controlli un maxi divieto del genere? Fai presto a rispondere: «Coi meccanismi di verifica dell’età». Le restrizioni si aggirano, al giorno d’oggi con una facilità disarmante. Tra l’altro loro, gli smanettoni veramente nativi digitali, diversissimi e “smart” rispetto a noi nati negli anni Ottanta o Novanta che siamo cresciuti con l’analogico, sanno benissimo come si fa. Ti gabbano in un click. Ci sono i vpn (vedi com’è finita la storia, analoga, del divieto di accesso ai siti porno inglesi a chi non aveva ancora diciotto anni, escamotage che da un mesetto è in vigore pure in Italia), ci sono le certificazioni falsate, gli spid “rubati”, ci sono i dispositivi personali passati di mano (mia nipote ha otto anni, la prima cosa che ha imparato a memoria è stata il pin del cellulare di suo nonno: lo usa per vedere i cartoni animati su YouTube, in famiglia ci va ancora di lusso, però lo usa anche quando lui non se n’accorge).













