Da quando l’Australia ha deciso di vietare i social ai minori di 16 anni – con una legge che obbliga le piattaforme a chiudere o non aprire account agli under 6, pena sanzioni pesanti – la domanda che mi sento ripetere è sempre la stessa: “Professore, lei è favorevole? Lo vorrebbe anche in Italia?”. La risposta breve è: sì, il divieto ha senso. La risposta onesta è: da solo non basta. E se ci fermiamo lì, sbagliamo bersaglio. Il divieto è salute pubblica. Non è educazione. Il divieto dei minori sui social è, a tutti gli effetti, un atto di salute pubblica. Non è una carezza, non è una punizione, non è l’ennesima “guerra ai ragazzi”: è il riconoscimento che certi ambienti, usati troppo presto e senza tutele, possono fare male. I dati sui disturbi d’ansia, sul sonno, sull’immagine corporea, sulla dipendenza da schermo ce lo ripetono da anni.
La politica, stavolta, ha deciso di mettere un freno dove la sola responsabilità individuale non è più sufficiente. E proprio perché è una misura di salute pubblica, avrebbe senso dirlo chiaramente: se togliamo i social ai minori “perché fanno male”, allora dobbiamo avere il coraggio di ammettere che quei meccanismi non sono sani nemmeno per noi adulti. Applicarlo a tutti sarebbe il modo più semplice per dare davvero il buon esempio. Non succederà, lo sappiamo. Ma almeno smettiamo di fingere che il problema sia solo dei quindicenni. Il punto non è togliere un’App. È capire da cosa stanno scappando.













