Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 15:53

Non voglio in nessun modo, in questo post, fare l’elogio dei super colossi del web e dei social network, che ormai governano le nostre vite, facendo utili infiniti e senza, spesso, neanche pagare il giusto corrispettivo di tasse. Non è dunque questo un elogio di Meta, Tik Tok, You Tube né tantomeno dei loro “padroni”.

Mi interessa qui – nel criticare il provvedimento del governo laburista australiano di vietare tutti i social network agli under sedici – fare piuttosto un ragionamento fenomenologico, dall’interno. E cioè dal punto di vista di una madre che vede bene come i social sono usati dai giovanissimi che ho in casa. E non solo quelli: anche il web, anche Google, anche l’IA, anche le decine di app che oggi permettono di fare cose in maniera molto rapida e comoda.

Anzitutto, farei una riflessione proprio sulla parola “social”. Se si chiamano così, vuol dire che la loro caratteristica è la socialità. E infatti è esattamente così. Per i giovanissimi, esattamente come per noi, Facebook, ma soprattutto Instagram e TikTok, sono un modo per conoscersi, anche: oggi ad una ragazzi incontrata in un locale si chiede il suo Instagram, non il suo telefono; ma sono anche un modo per condividere contenuti, idee, spunti. Su TikTok i giovani si informano, spesso male, certo, ma non che gli adulti facciano poi tanto meglio. Youtube lo usano tantissimo, sempre per informarsi. In generale, i social media sono un mezzo per connettersi, incontrarsi, appunto, far circolare idee e contenuti.