La Salicornia o asparago di mare tollera il sale, cresce in paludi salmastre e terreni degradati, e potrebbe contribuire ad affrontare una delle principali sfide che l'agricoltura mediterranea affronta a causa dei cambiamenti climatici. L'Università di Pisa è a capo di un progetto per trasformare i terreni salini in una risorsa preziosa, che coinvolge atenei di Portogallo, Turchia e Tunisia
Conosciuta in cucina – i suoi germogli vengono consumati freschi, sbollentati o sott’aceto – la salicornia o asparago di mare ha un valore che va ben oltre l’alimentazione. La pianta che cresce spontanea nei suoli fortemente salini, lungo le zone costiere, le lagune, le saline e le paludi salmastre produce numerosi composti bioattivi con proprietà antiossidanti. Le sue biomasse sono oggetto di ricerche per applicazioni nella produzione di bioenergia. E ancora, dal punto di vista ambientale, la salicornia svolge anche un’importante funzione ecologica: contribuisce a stabilizzare i suoli costieri, limita l’erosione, può filtrare alcuni contaminanti ed è in grado di crescere anche in terreni contenenti metalli pesanti. Si pensa che potrebbe trasformare i terreni degradati o salinizzati. Ma nonostante il suo enorme potenziale per un’agricoltura sostenibile, non è mai stata studiata in modo sistematico dal punto di vista genetico. Una lacuna che ora la comunità scientifica ha deciso di colmare con il progetto internazionale Saga (Salicornia genotyping for sustainable soil and farming: from genes to agroecology dedicato allo studio genetico della pianta, coordinato dalla Università di Pisa. In particolare, il gruppo multidisciplinare del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali guiderà le attività di genomica e bioinformatica, dal sequenziamento del Dna all’analisi delle relazioni tra patrimonio genetico e caratteristiche della pianta, con l’obiettivo di identificare le varietà più promettenti.L’obiettivo è comprendere la biodiversità genetica della salicornia per individuare le varietà più adatte a migliorare la salute del terreno, rendere gli ecosistemi agricoli più resilienti e offrire nuove opportunità produttive nelle aree dove l’agricoltura tradizionale è sempre più difficile.Il progetto durerà tre anni e vede la collaborazione di quattro università affacciate sul Mediterraneo: oltre all’Ateneo pisano, partecipano l’Università dell’Algarve (Portogallo), l’Università di Ankara (Turchia) e l’Università di Tunis El Manar (Tunisia). Un partenariato che unisce competenze scientifiche e territori accomunati da una delle conseguenze più evidenti del cambiamento climatico: l’aumento della salinità dei suoli e della scarsità d’acqua.«Con l’aumento della siccità e della salinizzazione dei terreni, trovare colture capaci di crescere dove oggi è difficile coltivare è una sfida cruciale per il futuro dell’agricoltura» spiega Alberto Vangelisti, coordinatore del progetto e ricercatore dell’Università di Pisa.







