In attesa di sapere cosa partorirà la nebula trumpiana a latere del d-day economico annunciato dalla Casa Bianca contro Teheran, gli esperti sono pronti a scommettere sul fatto che certamente il primo passo dell'amministrazione Usa sarà quello di colpire l'economia ombra della Repubblica islamica, quindi non solo l'Iran ma anche la variegata platea dei suoi partner commerciali.
Sin dall'inizio del secondo mandato da presidente, Donald Trump ha dato mandato al Tesoro Usa di colpire in particolare le entità e i soggetti collegati al traffico di petrolio iraniano e alle tante manovre per aggirare le sanzioni internazionali. Con la guerra poi la linea si è inasprita, e gli esperti calcolano siano già oltre mille le persone, le navi e gli aerei finiti sotto la scure americana, con ulteriori misure sanzionatorie a danno di compagnie assicuratrici, figure collegate alle aziende di armamenti o alle criptovalute. Ora, chi sembra rischiare di più sulla carta tra i partner di Teheran è la Cina, prossima tappa di un attesa missione di Trump, che negli anni ha sfidato a viso aperto le sanzioni arrivando a comprare ed importare quasi il 90% del petrolio iraniano, che finisce in raffinerie scollegate dal sistema finanziario americano. Si tratta comunque di modeste entità rispetto all'import energetico cinese e al suo fabbisogno. Mentre sono più esposte le banche, collegate allo scambio denaro/petrolio, e talvolta all'acquisto di armi come in alcuni casi di istituti già sotto sanzioni. Il terreno però è minato: colpire banche più importanti potrebbe causare effetti deleteri sull'intero sistema economico, oltre a scatenare la più che probabile reazione di Pechino. L'altro eminente partner commerciale della Repubblica islamica, gli Emirati arabi, sembra aver messo le mani avanti: nei giorni scorsi, a seguito di un attacco con droni smentito da Teheran, Dubai ha sospeso tutti gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie "fino a nuovo avviso". A rischio sanzioni secondarie ci sono anche India e Turchia, tra i più importanti partner dell'Iran, nonostante i due Paesi abbiano già ridotto considerevolmente la propria esposizione. New Delhi, ad esempio, nell'ultimo anno ha registrato uno scambio bilaterale pari a 1,63 miliardi di dollari: nulla in confronto ai 17 miliardi del periodo 2018-19, prima cioè delle pressioni di Trump che hanno portato l'India a interrompere del tutto l'import di petrolio. Simile la situazione di Ankara, impegnata con Teheran soprattutto sul fronte industriale, con un interscambio ridotto della metà secondo gli esperti con l'inizio della guerra con Israele e Usa. La Turchia poi, al pari del Pakistan e degli altri Paesi confinanti con l'Iran, compreso l'Iraq, potrebbe essere parte dell'ipotizzato blocco terrestre, difficile dunque immaginare possano essere contestualmente sanzionati da Washington.











