Più un avvertimento che una dichiarazione di guerra. Il “D-Day economico” annunciato da Donald Trump contro l’Iran è seguito con particolare attenzione dalla Cina. D'altronde, nel mirino di Washington sono finite decine di aziende cinesi, anche se non vengono colpite le grandi banche statali di Pechino. L’"Operation Economic Outcast" lanciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent colpisce quasi 60 tra società, individui e navi accusati di sostenere le esportazioni petrolifere iraniane, il sistema finanziario ombra di Teheran e l’approvvigionamento di tecnologie utilizzabili anche nel settore militare. Molte delle entità sanzionate hanno sede in Cina continentale e Hong Kong. Tra queste c’è Sweet Ocean Industrial, società hongkonghese accusata di aver intermediato apparecchiature ottiche laser destinate alla Malek Ashtar University of Technology, istituzione iraniana legata alla difesa e già sottoposta a sanzioni. Altre società di Shenzhen e Hong Kong avrebbero procurato accelerometri, attuatori, apparecchiature di laboratorio e componenti dual-use. Alcune avrebbero facilitato pagamenti attraverso il sistema bancario ombra iraniano. Nel mirino anche il circuito petrolifero tra Iran e Cina. Società di comodo e operatori cinesi compaiono nella rete della cosiddetta "flotta ombra" utilizzata per trasportare greggio sotto sanzioni. La Quantum Hope, appartenente a una società registrata a Hong Kong, avrebbe portato in Cina milioni di barili dall’inizio del 2026. Altri milioni sarebbero arrivati con la Voyage Elite, gestita dalla cinese Lilimoon Navigation. Ma Trump per ora evita una vera escalation. Restano infatti fuori dalla lista restano le principali istituzioni finanziarie cinesi. Nessun blocco generalizzato nemmeno sugli acquisti di petrolio iraniano. Le misure annunciate finora si concentrano sulle reti che aggirano le sanzioni, mentre Bessent prepara un perimetro molto più largo. Le sanzioni secondarie potranno estendersi a finanza, asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. «O l’America o l’Iran«, ha detto il segretario al Tesoro. Il messaggio riguarda innanzitutto la Cina, primo acquirente del greggio iraniano. Nel 2025 ne riceveva circa 1,4 milioni di barili al giorno. Dalla guerra, però, gli acquisti sono stati già drasticamente ridotti di oltre un terzo. Ad agosto i volumi sono scesi a poco più di mezzo milione. Le raffinerie indipendenti dello Shandong hanno aumentato gli acquisti da Iraq e Brasile. Gli arrivi marittimi dalla Russia sono saliti a circa 1,25 milioni di barili quotidiani, mentre crescono anche quelli dal Canada. Il livello successivo indicato da Washington riguarda raffinerie, operatori logistici e istituzioni che regolano i pagamenti. Bessent ha però escluso una stretta immediata sulle grandi banche cinesi. In quel caso, gli istituti finanziari di Pechino rischierebbero l’accesso al sistema finanziario in dollari. E il governo cinese potrebbe rispondere sulle catene di approvvigionamento americane. Le terre rare restano la leva più sensibile. Nelle ultime settimane il ministero del Commercio ha già ristretto le esportazioni verso gli Stati Uniti di alcuni droni e componenti, inserito sei entità americane in blacklist e aperto un’indagine di sicurezza nazionale su stampanti e fotocopiatrici dotate di software straniero. Il ministero degli Esteri cinese ha definito “illegali” le sanzioni unilaterali americane e promesso "tutte le misure necessarie" per proteggere diritti e interessi delle aziende cinesi. Ma sin qui non è stata annunciata nessuna ritorsione specifica. La sensazione è che sia Trump che Xi Jinping vogliano tutelare il loro prossimo summit, in programma il 24 settembre alla Casa Bianca. A Pechino sono convinti che l'avvertimento sulle sanzioni secondarie serva a Trump per conquistare una nuova leva negoziale in vista del vertice. Sarà probabilmente quello il momento decisivo per capire i prossimi passi e la tenuta di una tregua commerciale che rischia sempre di deragliare in una nuova escalation.
D-day Usa, Pechino teme il ricatto di Trump: “Le sanzioni all’Iran sono una leva contro la Cina”
Nel mirino di Washington sono finite decine di aziende cinesi, anche se non vengono colpite le grandi banche statali di Pechino











