La crescita economica degli ultimi anni non si è tradotta in una maggiore ricchezza per tutta la popolazione. E molti continuano a cercare di emigrare all’estero
A Safi, la città portuale marocchina in cui è nata, Salma (nome di fantasia per proteggere la sua identità) impacchettava lattine di sardine in piccole scatole di cartone. Le lattine uscivano dal forno ancora roventi in una cassa di metallo.
Nei giorni in cui il mare dava più frutti, lavorava anche diciotto ore al giorno finché l’intero carico non era stato inscatolato. Si ritrovava le punte delle dita annerite dal contatto con il metallo caldo.
Dopo la laurea Salma, 24 anni, ha cominciato a lavorare nella capitale Rabat in un grande palazzo di vetro con l’aria condizionata, uno dei simboli del recente sviluppo economico del Marocco. Le sue ciabattine schioccano sul pavimento di marmo. Ma, nonostante il prestigio del suo nuovo impiego, vive ancora in ristrettezze. Come molti marocchini della sua età, deve fare i conti con salari bassi e la sensazione che le opportunità si trovino altrove. Come tanti, non vorrebbe solo limitarsi a sopravvivere.
Negli ultimi decenni, da quando il Marocco si è impegnato a tenere in ordine i conti e a investire nelle infrastrutture, l’economia è cresciuta e la povertà è diminuita. Secondo gli economisti, però, questa crescita, che si concretizza negli stadi dalle forme sinuose e nelle torri scintillanti lungo la costa nordoccidentale, non si è tradotta in posti di lavoro sufficientemente buoni o salari migliori per la maggioranza delle persone.







