“Non salutare i tuoi colleghi”. E poi: “Perché non l’hai salutato? Hai qualcosa da nascondere?”. “Non mi interessa conoscere i tuoi amici”, seguito da: “Perché non me li presenti?”. E ancora: “Stasera esco da solo, mica possiamo stare sempre insieme”, unito al divieto per lei di uscire.
Richieste contraddittorie, usate per destabilizzare la partner. Ne discuto al centro antiviolenza con una collega mentre analizziamo le dinamiche di un uomo maltrattante: un alternarsi continuo di manipolazione e minaccia, percosse e ingiurie indicibili, alternate a dichiarazioni d’amore e a richieste di perdono; infine il distacco emotivo, poi le suppliche di non essere lasciato. Non c’è amore, il sentimento dominante degli autori di violenza è la rabbia e i momenti di serenità non sono che brevi tregue tra una violenza e l’altra.
Eppure, sono meccanismi drammaticamente efficaci nel trattenere le donne all’interno della relazione, facendole sprofondare nella confusione e nella paura.
Da due mesi lavoriamo sfiancate dal caldo, mentre le notizie di femminicidio si susseguono in un’estate torrida che non dà tregua. I numeri delle donne accolte crescono e le richieste di ospitalità in emergenza da parte delle forze dell’ordine o dei servizi sociali mettono sotto pressione l’accoglienza: non esistono case rifugio in numero sufficiente per rispondere a tutte le chiamate d’aiuto. In questi giorni si registra il consueto picco estivo, quando la convivenza nei periodi di vacanza fa aumentare le aggressioni.













