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Dino Keber, l’uomo che il 15 agosto in provincia di Venezia ha ucciso l’ex compagna Tania Terrin e poi si è suicidato, era già stato denunciato da Terrin e da altre donne in passato, ma le istituzioni, in questo caso la questura, si erano attivate nei suoi confronti con una misura di prevenzione che è stata diffusamente giudicata inadeguata (un ammonimento, che spesso ha poche conseguenze concrete).
Restano diversi aspetti da chiarire, ma molti si stanno chiedendo che cosa non abbia funzionato in questa storia. Il ministero della Giustizia sta valutando di inviare ispettori nella procura di Venezia, quella che si era occupata del caso. Chi lavora da tempo sulla violenza maschile contro le donne, però, non ha manifestato lo stesso stupore per come sono andate a finire le cose: da decenni si denuncia che i femminicidi sono in gran parte morti annunciate e che mostrano il fallimento delle risposte istituzionali alla violenza di genere.
Per contrastare la violenza di genere l’Italia è sempre andata nella stessa direzione: reprimere le condotte penalmente rilevanti, approvare norme con nuove fattispecie di reato e introdurre sanzioni sempre più severe. Eppure ha accumulato diverse condanne internazionali per come tratta la violenza di genere: condanne in cui si giudica sufficiente e adeguato il piano normativo, ma in cui si ribadisce che il problema continua a essere il modo in cui le leggi vengono applicate.











