Sigfrido Ranucci è diventato quello che Valter Lavitola voleva: un martire politico. La bomba è servita. Molta gente – a Roma, la gggente – lo acclama. Due giorni fa, a Lavarone, dove un tempo si tenevano i convegni di Ciriaco De Mita, gli hanno gridato «Non mollare» – lo slogan dei fratelli Rosselli, per dire. Figurarsi come si è ulteriormente aperta la ruota del pavone. L’ego di Sigfrido, già gonfio come uno zigomo del pugile al tappeto, rischia di straripare, soprattutto se il gioco si fa duro, e la Rai, poniamo il caso, lo dovesse cacciare.
I segni del Sigfrido furioso già si vedono. Querela una magistrata. Risponde in stile pizzino a chi, come Selvaggia Lucarelli – che spettacolo! – lo aveva criticato. Soprattutto, ed è la cosa più inquietante, sta entrando nella parte che fu di Beppe Grillo, pur con molto meno talento, nella funzione del classico granello di sabbia che ingrippa il sistema, l’uomo nuovo che fa piazza pulita – non si sa bene di che – col suo canestro pieno non di parole ma di bufale complottarde e politicamente terrapiattiste.
Si vendicherà, l’amico di Valterino, se il Sistema lo punirà? E come potrà reagire uno che ha una così alta considerazione di sé, che, in poche parole, è una forma di mitomania?










