Per quello che sappiamo finora, e ammesso che soa vero, Valter Lavitola aveva in testa il progetto di fare di Sigfrido Ranucci un leader politico che addirittura poteva aspirare a diventare Presidente del Consiglio, con il grottesco corollario di Lavitola medesimo nella parte del Gianni Letta della situazione.

Sembrerebbe una riedizione di “Oltre il giardino”, con il giardiniere Peter Sellers che si trova a fare il consigliere del presidente americano. Ma non è proprio così. L’idea di Lavitola – tralasciando qui il ristorante di pesce, la bomba e gli altri elementi grandguignoleschi della vicenda – a pensarci bene non era così strampalata. La crisi della politica offre sempre grandi spazi a outsider, newcomer, personaggi televisivi, imbonitori, mattocchi di vario tipo: non siamo più ai tempi di Aldo Moro e Ugo La Malfa, e nemmeno a quelli di Romano Prodi e Silvio Berlusconi, c’è bisogno di dirlo? Un Paese che ha assegnato più del trenta per cento a un comico e ora sembra pronto a dare un mare di voti a un ex generale che intende «rastrellare» le periferie, perché non dovrebbe votare uno come Ranucci?

Il disorientamento ideale e il rigetto delle élite politiche conducono, o possono condurre, alla risacca dell’anti-politica anche in forme non necessariamente rozze e prive di riferimenti politico-culturali. Il «campo» del conduttore di Report d’altra parte è abbastanza definito. È quello esposto ai quattro venti, cioè la sinistra in senso lato, i cui attuali leader sono una ragazza venuta dal nulla e un avvocato spuntato per caso: una sinistra da anni in cerca di un centro di gravità permanente, di solidità ideale e di prestigio tra le masse, sempre infettata dai germi del populismo, dato che gli anticorpi verso la politica semplificata da media e social non esistono, tantomeno a sinistra.