Sigfrido Ranucci era ignaro. Ignorava che il caro amico Lavitola progettasse una bomba per accrescerne la popolarità. Non ignorava però che volesse fare di lui un primo ministro, «nel giro di due anni». Né ignorava il sondaggio da lui a tal fine preparato, che anzi si premurava di integrare con altre domande («l’egemonia digitale, è un tema che rende»). Né ignorava, a quanto sembra di capire, gli «skill» professionali di Gomes Clesio Tavares, l’energumeno che avrebbe organizzato l’attentato; il conduttore di Report, in un momento di difficoltà in Rai, aveva risposto così a Lavitola che gli chiedeva come poteva aiutarlo: «Mi dovresti prestare Gomes».

«Ignaro» ha la stessa radice etimologica di «ignoranza». Il Foglio ha perciò scomodato il Candide di Voltaire per un sarcastico confronto con l’ingenuità del giornalista (più calzante — secondo noi — il «Bouvard e Pécuchet» di Flaubert). E il grado di «ignoranza» di Ranucci circa i propositi criminali dell’amico fa in effetti tutta la differenza del mondo in quanto al diritto penale: per il gip egli fu vittima, «vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione della raffinata astuzia di quest’ultimo». L’ignoranza è però un’esimente di minor valore, invece, al fine di valutare la capacità di giudizio professionale di chi è stato definito «il principe del giornalismo investigativo» o, più modestamente, «la figura più rilevante del giornalismo di inchiesta in Italia», come si è espresso il suo avvocato.