Per comprendere davvero la stagione del centrosinistra occorre tornare all’inizio degli anni Sessanta, quando un insieme di eventi internazionali e nazionali fece maturare un clima nuovo, destinato a cambiare profondamente la vita politica italiana. Per la prima volta, dopo la lunga stagione del centrismo e della guerra fredda più rigida, sembrò possibile coniugare sviluppo economico, democrazia politica e giustizia sociale. L’insediamento alla Casa Bianca di John Fitzgerald Kennedy, con il programma della Nuova Frontiera, l’elezione di Papa Giovanni XXIII e la pubblicazione dell’enciclica Mater et Magistra, insieme al processo di destalinizzazione avviato da Nikita Krusciov dopo il XX Congresso del PCUS del 1956 e rilanciato al XXII Congresso del 1961, contribuirono a creare un nuovo orizzonte politico e culturale. Anche in Italia il confronto ideologico divenne meno rigido e prese corpo l’idea che fosse possibile superare le contrapposizioni del dopoguerra.
Fu in questo contesto che maturò il dialogo fra cattolici democratici e socialisti, destinato a sfociare nella stagione del centrosinistra. Non si trattò soltanto di una diversa formula di governo, ma di un vero cambio di paradigma. Per molti osservatori rappresentò una sorta di New Deal italiano, cioè il tentativo di utilizzare lo Stato democratico come strumento di modernizzazione economica e di promozione della giustizia sociale. L’Italia viveva allora gli anni del miracolo economico. L’industrializzazione procedeva a ritmi senza precedenti, milioni di persone lasciavano le campagne per trasferirsi nelle città industriali del Nord, mentre si consolidava una nuova classe media e cresceva il peso del lavoro dipendente. Una società così profondamente trasformata non poteva più essere governata con gli strumenti politici del vecchio centrismo. Iniziò così una stagione nella quale il riformismo sembrò poter diventare la cultura di governo della Repubblica.







