Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé. Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale. Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi. Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile. Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi. Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati. Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento. Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne. gorsina@luiss. it