Non c’era bisogno di aspettare l’ondata di proteste che ha preso di mira Ursula von der Leyen sulla questione dei dazi per sapere che l’Unione europea è nella fase di maggiore difficoltà della sua storia. In un momento di confusione come questo i modi tradizionali di pensare l’Europa sono inservibili. In un’altra epoca, per orientarsi, sembrava sufficiente distinguere fra gli europeisti (che volevano più integrazione) e gli antieuropeisti (che ne volevano meno). Oggi quella semplice distinzione non aiuta a capire atteggiamenti e comportamenti delle forze in campo.
Si possono individuare, sulla scena pubblica europea, almeno tre diverse posizioni: il nazionalismo antieuropeo, l’europeismo strumentale, l’europeismo classico. Come poi dirò, servirebbe un europeismo un po’ diverso, un europeismo 2.0.
Il nazionalismo antieuropeo è anche detto «sovranismo». Gonfia movimenti di opposizione, a destra e a sinistra, che indicano l’Unione europea come il nemico da battere. Cavalca l’antieuropeismo anche quando, come è il caso dell’ungherese Orbán, si serve dell’Europa come mucca da mungere. È quasi sempre legato al carro di Putin e ne rappresenta gli interessi in Europa occidentale e centrale. Se prendesse il potere in Germania o in Francia cambierebbe la faccia del Continente.






