«In caso di un rialzo del costo dell’energia significativo e duraturo, sono a rischio il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese» ha spiegato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, a margine della riunione del G7 qualche giorno fa. Questa frase avrebbe potuto essere pronunciata un mese fa, e sarebbe risultata altrettanto veritiera. Il motivo è presto detto: il nostro Paese si trova ad affrontare l’ennesima crisi in una situazione che potremmo definire di “equilibrio instabile”. Ovvero, in apparenza sembriamo “stabili” – e non a caso la “stabilità” è diventata la parola preferita del governo –, ma – in realtà – i fondamentali economici raccontano altro: la crescita resta asfittica, lo spazio fiscale è limitato e a pagarne il prezzo sono soprattutto i giovani. In definitiva, la barca con cui attraversiamo la tempesta non è affatto solida. I numeri lo mostrano chiaramente. Sul fronte della crescita il Paese è sostanzialmente fermo: lo scorso anno la variazione del Pil è stata di mezzo punto percentuale. Su quello del lavoro, i dati recenti dell’Istat indicano che l’occupazione aumenta per gli over50 (+1,5 per cento nel trimestre 2024 sul 2024) e scende per la fascia 15-34 (-1,3 per cento. Il tasso di inattività segue la dinamica opposta: –1,5 per i primi, +1,8 per i secondi. La fascia dei 35-49 anni, invece, è praticamente ferma. In estrema sintesi: le cose vanno bene per chi è più avanti con l’età e male per le nuove generazioni. Una simile dinamica confermata anche dall’ultimo dato disponibile, quello di gennaio. Sul fronte del Bilancio, la situazione appare più rassicurante: sia il deficit sia il debito in rapporto al Pil sono stati avviati su una traiettoria decrescente e ciò segnala a chi ci finanzia la volontà del governo di tenere le finanze in ordine. La strada, tuttavia, è ancora lunga visto che siamo il Paese – dopo il Giappone – con il debito/Pil più elevato tra le economie avanzate. Attenzione: la responsabilità di un simile quadro non è ascrivile unicamente all’attuale maggioranza. Le suddette fragilità vengono da lontano e sono il risultato di un metodo bipartisan che mette tutti d’accordo. Cioè quello di navigare a vista: le emergenze si affrontano quando si presentano. Un approccio che, dal punto di vista del consenso politico, ha i suoi vantaggi, perché consente di varare misure di spesa senza interrogarsi troppo sui loro reale effetto. L’importante è dare l’impressione di agire, distribuendo risorse pubbliche. Solo per fare qualche esempio, durante la pandemia è stato adottato il Bonus 110 per cento, misura ideata e voluta dal Movimento 5 Stelle, ma che piaceva a tutte le forze politiche in campo, nonostante fosse regressivo, iniquo e inefficiente dal punto di vista della crescita. Oggi il dibattito si concentra sulle cosiddette “accise mobili”, un meccanismo che destina la maggiore Iva derivante dell’incremento del prezzo del carburante al contenimento delle accise esistenti: anche in questo caso, si tratterebbe di una misura regressiva e distorsiva perché finirebbe per sussidiare una dipendenza invece che ridurla. Intendiamoci: qualche effetto positivo nell’immediato ci sarebbe. Nel medio termine, tuttavia, ci si ritroverebbe con il debito che cresce – basti ricordare che a causa del Super bonus il nostro debito/Pil continuerà a salire fino al prossimo anno – e con un’economia più debole. Si innescherebbe così un circolo vizioso che ci renderebbe sempre più vulnerabili e sempre più distanti dalle altre economie dell’Unione europea. Divergere dagli altri è un problema poiché molteplici decisioni vengono prese sulla base delle medie europee. Prendiamo il caso della politica monetaria. Se questa crisi portasse il tasso medio d’inflazione dell’area dell’euro ad un livello ritenuto dalla Banca centrale europea (Bce) troppo lontano dall’obiettivo del 2 per cento, l’Istituto potrebbe intervenire con un rialzo dei tassi d’interesse. La stretta monetaria sarebbe una scelta “sbagliata” secondo Giorgetti. E, in un certo senso, ha ragione: per un’economia fragile come la nostra lo sarebbe davvero. Tuttavia, non reagire significherebbe accettare l’inflazione – una tassa regressiva – e, allo stesso tempo, mettere a rischio la stabilità dell’area proprio nel bel mezzo di una crisi. A conti fatti, se vogliamo davvero garantire “stabilità” – il che implica anche contribuire a quella dell’Unione – occorre agire subito. Non solo con misure emergenziali, ma anche attraverso interventi strutturali. Galleggiare su una barca malconcia è un lusso che, oramai, non possiamo più permetterci.