Mandante dell'attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha distrutto due auto della famiglia di Sigfrido Ranucci, ma anche, subito dopo, regista di una complessa strategia di disinformazione. Valter Lavitola, ora in carcere, non si sarebbe limitato a commissionare l'ordigno piazzato davanti alla casa dell'amico per aumentarne la popolarità in vista di una sua candidatura politica, ma avrebbe anche seminato falsi indizi e piste alternative con l'obiettivo di indirizzare le indagini e, soprattutto, lanciare messaggi e manipolare. Lo ha fatto anche mercoledì scorso dal carcere di Rebibbia, durante l'interrogatorio di garanzia, fornendo una versione che il gip ha definito «fumosa» e «inverosimile». Il confronto con gli inquirenti potrebbe ripetersi dopo l'estate, visto che il suo difensore, l'avvocato Sergio Cola, sta valutando l'opportunità di un nuovo interrogatorio davanti al pm Edoardo De Santis.

Ma ecco i tasselli principali della strategia di Lavitola. Subito dopo l'esplosione, l'ex editore ha cercato di convincere Ranucci, i giornalisti di Report e gli investigatori che l'attacco fosse opera dei servizi segreti israeliani, come reazione a una delle inchieste della trasmissione condotta dall'amico: il servizio era quello sul cantiere navale Vittoria. Il ristoratore di Monteverde è insistente, dice di essere preoccupato per l'amico e pressa perché chieda un potenziamento della scorta. Nell'ordinanza di arresto il gip sottolinea che Lavitola, che «già in passato è stato coinvolto in procedimenti che hanno determinato importanti e rilevanti stravolgimenti politici», è riuscito a «confezionare un'azione criminale in danno del suo amico fraterno al solo fine di accrescerne la popolarità e agevolare anche, in realtà, la propria ascesa politica».Il movente Il giudice parla di «spregiudicatezza» e «raffinatezza criminale», tanto che potrebbe essere difficile credere che l'ex editore dell'Avanti! sia inconsapevolmente inciampato su un dettaglio: è stato proprio lui a indicare agli inquirenti il movente. Potrebbe non trattarsi di una svista, ma di un'ulteriore strategia. Quando i carabinieri del Nucleo investigativo hanno fatto scattare la perquisizione nei suoi confronti, appena prima che partisse per l'Africa, infatti, «spontaneamente offriva al colonnello Dario Ferrara - si legge ancora nell'ordinanza - commenti in ordine alla contestazione, riferendo che mai avrebbe potuto compiere un gesto di tale gravità nei confronti del migliore amico e, per comprovare l'infondatezza della tesi accusatoria, rappresentava che insieme a Ranucci stavano pianificando la sua candidatura alle prossime elezioni politiche, il cui successo sarebbe stato addirittura avallato da sondaggi appositamente realizzati». Dichiarazioni ribadite anche a un amico durante una cena: «Il movente, lui mi ha detto: "Per fargli del bene". Cazzo mi ha fottuto». Su un dato Lavitola insiste molto, forse troppo: «Gli ho detto: Ma lei si rende conto che questo non è un attacco a me, ma a Ranucci... Nessuno ci crederebbe mai che io ho fatto l'attentato». Il progetto della candidatura e i sondaggi erano dati rimasti riservati, fino a quel momento. Sono gli stessi investigatori a sottolineare che «è stato Lavitola a fornire uno spunto di estrema rilevanza, rispetto ad un nodo dell'indagine sino a quel momento ancora non a fuoco». Ed è analizzando il suo telefono che gli inquirenti hanno ricostruito la rete di insabbiamento successiva all'attentato.La rete L'ex editore aveva iniziato a tartassare Ranucci implorandolo di chiedere un innalzamento del livello di protezione: aveva «condiviso sia con la persona offesa, che con persone del suo entourage, le sue congetture sui responsabili dell'azione, compiendo chiaramente un vero e proprio depistaggio», annota il gip. Subito dopo l'esplosione, il 20 ottobre, aveva ipotizzato il coinvolgimento di servizi segreti stranieri. Poi, aveva puntato sulla camorra: aveva inviato all'amico rassegne stampa sul tema, sottolineando le piste investigative legate alla criminalità organizzata e insistendo sul potenziamento della scorta. Un modo, secondo il gip, di «ostentare la volontà di rendersi disponibile ad intervenite in suo aiuto, pur di sfruttare ogni evento utile ad accrescere la sua popolarità». Il passo successivo è stato accusare gli hater del giornalista. Lavitola diceva infatti di avere consultato programmi di intelligenza artificiale per analizzare i rischi collegati all'odio web: "Hai un livello di rischio potenziale molto alto". Poi ci sono state le interviste, per l'accusa messaggi trasversali inviati a Ranucci e probabilmente a Clesio Gomes Tavares, braccio destro dell'ex editore, pure lui indagato ma che ora si trova in Camerun e che, dall'estero, ha letto le dichiarazioni di Lavitola. Lui lo definisce «un padre», ma di fronte al gip l'ex editore ha forse tentato di aggravare la posizione del collaboratore: ammettendo di essere il mandante dell'attentato e giustificandolo come un tentativo di fare potenziare la scorta dell'amico, ha sostenuto di avere detto a Tavares di sparare solo qualche colpo di pistola. Sarebbe poi stato l'intermediario a contattare una banda di avellinesi per portare a termine l'azione: il gruppo ha fabbricato una bomba rudimentale. Dichiarazioni alle quali Tavares potrebbe decidere di rispondere: lui continua a dire di avere intenzione di tornare in Italia, nonostante l'ordinanza di custodia cautelare a suo carico. E nei prossimi giorni dovrebbe partire una richiesta di estradizione nei suoi confronti. Potrebbero parlare anche i quattro presunti esecutori materiali dell'attentato, tre in carcere e una ai domiciliari: la prossima settimana chiederanno di essere interrogati.