Oggi Valter Lavitola varcherà le soglie della procura di Roma: verrà interrogato nell’ambito dell’inchiesta sulla bomba piazzata nell’ottobre scorso davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. Ha molte cose da spiegare. Secondo gli inquirenti il sessantenne faccendiere, già editore dell’Avanti e ora ristoratore, potrebbe essere il mandante dell’attentato. Gli investigatori hanno perquisito l’abitazione di Lavitola e sequestrato i suoi dispositivi digitali dopo che, qualche giorno fa, erano state decise quattro misure cautelari per i presunti esecutori materiali.
RIFERENDO delle sue frequentazioni con Lavitola, Ranucci si dice convinto della sua innocenza. Di più: afferma di non poter prendere in considerazione che una persona che considerava amica abbia potuto attentare alla sua vita. La sorpresa del conduttore di Report, tuttavia, riflette solo in parte lo straniamento che si avverte quando si scopre dell’amicizia di uno dei giornalisti più impegnati sul fronte della cosiddetta «legalità» con un personaggio che a cavallo tra prima e seconda repubblica ha giocato su più tavoli, non sempre regolari. E si è costretti ad adoperare i cliché narrativi del noir per immaginare quella zona grigia, il sottobosco metropolitano in cui un noto tele-giornalista d’inchiesta intrattiene relazioni con un imprenditore che più volte si è mosso nei territori in cui dossieraggio, affari e politica si intrecciano fino a divenire indistinguibili per muoversi in itinerari capitolini che spaziano dal quartiere di Monteverde, dove Lavitola ha la sua base, fino alla suburra postindustriale di Pomezia, dove abita Ranucci, e più a sud nell’Irpinia, da dove arriverebbe la manovalanza incendiaria.











