“Mi sono giocato la vita, così in un secondo”. È una frase che Ahmed, 40 anni, ripete per tutte le volte che ha preso la strada sbagliata. E sono tante. Una vita di giri di giostre, che finiscono sempre per lasciarlo a terra.
Dall’Egitto (“mi avrebbero ammazzato, ero finito in un guaio, ma non era colpa mia”) per arrivare a Lampedusa, passando per i lager libici (“La barca era di 16 metri... Uno sopra l’altro, uno di fronte all’altro. Chi è morto di sete, chi è morto di fame. Fino a quando è arrivata la croce rossa. Grazie a Dio, grazie a loro. Senza di loro, saremmo già tutti morti”), quando aveva 18 di anni. Poi la fuga dal centro di accoglienza.
L’arrivo a Milano e la dipendenza
Un buon lavoro, il primo figlio (“nessuno era più felice di me”), ma la china riscende: “Ho fatto il primo tiro di crack... la droga, è una strada di m**da. Se stai male e non fumi entri in astinenza, e sei capace di uccidere il mondo intero. Quando stai male, se uno ha un bracciale gli tagli la mano, l’importante è avere i soldi per comprarla...”.
Inizia più o meno così la parabola di Ahmed con la giustizia italiana. Accumula diverse condanne per furto, e le sconta tutte. O quasi. Nella sua vicenda c’è infatti un buco nero, che ruota intorno a una condanna a un anno e tre mesi per un tentato furto avvenuto a Milano nel 2015. Nessuno gli ha mai notificato l’ordine di esecuzione della pena, con contestuale decreto di sospensione che gli avrebbe consentito di chiedere una misura alternativa al carcere.








