Quando nasce il sentimento antimeridionale? Dove trassero origine i pregiudizi che portarono, dopo un secolo, ai partiti di massa che alimentavano le tensioni separatiste? È noto che, a valle dell’Unità, molti studiosi si cimentarono – con diverse finalità e competenze – nel rilevare l’esistenza di “due Italie”, soprattutto a causa della sopravvenuta “questione meridionale”, principalmente collegata alle scelte politiche ed economiche della classe dirigente unitaria. Emergeva il quadro di una realtà meridionale percepita come luogo granitico di alterità e arcaicità.
Già nel 1876, Costantino Nigra rintracciava nelle differenze tematiche tra i canti popolari celto-romanzi dell’“Italia superiore” e i canti lirici dell’“Italia inferiore” alcuni elementi distintivi delle due razze distinte presenti in Italia: gli Italici (di provenienza euroafricana) e gli Arii (euroasiatici), ovvero i Mediterranei e i Celti.
Ne parla Vito Teti in La razza maledetta (edito da Meltemi, 2026). Il titolo apertamente richiama un testo di Napoleone Colajanni, che già nel 1898 smascherava le teorie pseudoscientifiche in auge tra gli studiosi. Fu nell’ultima decade del XIX secolo che la spaccatura si fece più evidente. In quel contesto, spiega Vito Teti, esponenti della scuola antropologica positiva “imboccavano la scorciatoia dell’interpretazione razziale delle due Italie e dell’inferiorità del Mezzogiorno”. È il caso di Alfredo Niceforo (nato a Castiglione di Sicilia), e del suo maestro Cesare Lombroso, che nei suoi scritti faceva continuo ricorso ai concetti di “seme, stirpe, razza”.






