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Restare significa anche aver fantasia, avere inventiva, significa cercare un nuovo legame con la terra, con la natura, significa avere cura di questo paesaggio». Senza mezzi termini, e con la solita passione che lo contraddistingue, l’antropologo Vito Teti ha catturato il pubblico di Trame, il festival dei libri sulle mafie che a Lamezia Terme continua ogni giorno ad allargare i suoi orizzonti proponendo focus sulla nostra attualità, sulla politica, su problemi sociali, culturali e sulle prospettive di sviluppo dell’intero nostro Paese.Lo stesso Teti, in effetti, in dialogo con Goffredo Buccini del Corriere della Sera, oltre a ricordare la “sua” Restanza, ha sviluppato un excursus sociopolitico a partire dalla nuova edizione (per Meltemi) del suo ben noto «La razza maledetta. Antimeridionalismo, separatismo, razzismo». «Intanto lo stigma per i meridionali non è mai del tutto scomparso – puntualizza con ironia – giorni fa a Torino un meridionale è stato aggredito con l’ingiuria di “terrone”». E a proposito delle esperienze prettamente partitiche degli ultimi decenni, «quando la Lega diventa un partito di governo deve evidentemente adoperare la tattica dei “due forni”, deve parlare in maniera istituzionale (anche se questo sta venendo sempre meno, oggi) e si accorge che in Italia arrivavano immigrati dall’Africa, questi diventano i nuovi “terùn”, da qui si arriva a quelli che oggi dovrebbero essere “remigrati”. Il gioco di trovare sempre un nuovo nemico – aggiunge l’antropologo – fa parte da sempre dei gruppi xenofobi. Ciò che mi inquieta è che ci siano calabresi che sono stati chiamati inferiori e sono contenti di essere chiamati così».














